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Sagacità, fa' che da le cose incerte e
dubie non mi retire, né volte le spalli, ma da quelle pian
piano mi discoste in salvo. Tu medesima (acciò ch'io non
sia ritrovata da nemici, ed il furor di quelli non mi s'avente
sopra) confondi, seguendomi, gli miei vestigi. Tu mi fa
menar gli passi per vie distanti da le stanze de la Fortuna,
perché la non ha lunghe le mani, e non può occupar se non
quelli che gli son vicini, e non essagita se non color che si
trovano dentro la sua urna. Tu farai ch'io non tente cosa,
se non quando attamente posso; e fammi nel negocio piú
cauta che forte, se non puoi farmi equalmente cauta e forte.
Fa' ch'il mio lavoro sia occolto e sia aperto: aperto, acciò
che non ogniuno il cerca ed inquira; occolto, acciò che non
tutti, ma pochissimi lo ritroveno. Perché sai bene che le
cose occolte sono investigate, e le cose inserrate convitano
gli ladroni. Oltre, quel che appare, è stimato vile, e l'arca
aperta non è diligentemente ricercata, ed è creduto poco
preggiato quello che non si vede con molta diligenza messo
in custodia. Animosità, con la voce del tuo vivace fervore,
quando la difficultà mi preme, oltraggia, e resiste, non
mancar sovente d'intonarmi a l'orecchio quella sentenza:
      Tu ne cede malis, sed contra audentior ito.

Bruno Best 716