— 511 —
      Settimo, se son piú mondi, o son finiti o son infiniti.
Se sono infiniti, dunque si trova l'infinito in atto: il che
con molte raggioni è stimato impossibile. Se sono finiti,
bisogna che sieno in qualche determinato numero: e sopra
di questo andaremo investigando perché son tanti, e non
son piú né meno; perché non ve n' è ancor un altro; che vi
fa questo o quell'altro di piú; se son pari o impari; perché
piú tosto de l'una che de l'altra differenza; o pur perché
tutta quella materia che è divisa in piú mondi, non s'è
agglobata in un mondo, essendo che la unità è meglior che
la moltitudine, trovandosi l'altre cose pari; perché la materia
che è divisa in quattro o sei o diece terre, non è piú tosto
un globo grande, perfetto e singulare. Come, dunque,
de il possibile ed impossibile si trova il numero finito piú
presto che infinito, cossí tra il conveniente e disconveniente,
è piú raggionevole e secondo la natura l'unità che
la moltitudine o pluralità.
      Settimo, in tutte le cose veggiamo la natura fermarsi
in compendio; perché, come non è difettuosa in cose necessarie,
cossí non abonda in cose soverchie. Possendo
dunque essa ponere in effetto il tutto per quell'opre che son
in questo mondo, non è raggione ancor che si voglia fengere
che sieno altri.
— 512 —
      Ottavo, se fussero mondi infiniti o piú che uno, massime
sarebbono per questo, che Dio può farle o pur da Dio
possono dependere. Ma quantunque questo sia verissimo
per tanto non séguita che sieno: perché, oltre la potenza
attiva di Dio, se richiede la potenza passiva de le cose.
Perché dalla absoluta potenza divina non dipende quel
tanto che può esser fatto nella natura; atteso che non ogni
potenza attiva si converte in passiva, ma quella sola la
quale ha paziente proporzionato, cioè soggetto tale, che
possa ricevere tutto l'atto dell'efficiente. Ed in cotal modo
non ha corrispondenza cosa alcuna causata alla prima
causa. Per quanto, dunque, appartiene alla natura del
mondo, non possono essere piú che uno, benché Dio ne
possa far piú che uno.
      Nono, è cosa fuor di raggione la pluralità di mondi,
perché in quelli non sarrebe bontà civile, la quale consiste
nella civile conversazione; e non arrebono fatto bene gli
dei creatori de diversi mondi di non far che gli cittadini
di quelli avessero reciproco commercio.
      Decimo, con la pluralità di mondi viene a caggionarsi
impedimento nel lavoro di ciascun motore o dio; perché
essendo necessario che le sfere si toccano in punto, averrà
che l'uno non si potrà muovere contra de l'altro, e sarà
cosa difficile che il mondo sia governato da gli dei per il
moto.
— 513 —
      Undecimo, da uno non può provenire pluralità d'individui
se non per tal atto per cui la natura si moltiplica
per division della materia; e questo non è altro atto che di
generazione. Questo dice Aristotele con tutt'i peripatetici.
Non si fa moltitudine d'individui sotto una specie, se non
per l'atto della generazione. Ma quelli che dicono piú mondi
di medesima materia e forma in specie, non dicono che l'uno
si converte nell'altro né si genere dell'altro.
      Duodecimo, al perfetto non si fa addizione. Se dunque
questo mondo è perfetto, certamente non richiede ch'altro
se gli aggionga. Il mondo è perfetto prima come specie
di continuo che non si termina ad altra specie di continuo;
perché il punto indivisibile matematicamente corre in linea,
che è una specie di continuo; la linea in superficie, che è
la seconda specie di continuo; la superficie in corpo, che è
la terza specie di continuo. Il corpo non migra o discorre
in altra specie di continuo; ma, se è parte dell'universo,
si termina ad altro corpo; se è universo, è perfetto e non si
termina se non da se medesimo. Dunque, il mondo ed universo
è uno, se deve essere perfetto. - Queste sono le
dodici raggioni, le quali voglio per ora aver prodotte. Se
voi mi satisfarrete in queste, voglio tenermi satisfatto in
tutte.
Bruno Inf 511-512-513