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      VII. Maricondo. Con questa dunque mi par ch'abbia
gran concatenazione e conseguenza la figura seguente,
dove son due stelle in forma de doi occhi radianti con il
suo motto che dice: Mors et vita.
      Cesarino. Leggete dunque l'articolo.
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      Maricondo. Cossí farò:
      Per man d'amor scritto veder potreste
Nel volto mio l'istoria de mie pene;
Ma tu (perché il tuo orgoglio non si affrene,
Ed io infelice eternamente reste)
      A le palpebre belle a me moleste
Asconder fai le luci tant'amene,
Ond'il turbato ciel non s'asserene,
Né caggian le nemiche ombre funeste.
      Per la bellezza tua, per l'amor mio,
Ch'a quella, benché tanta, è forse uguale,
Rendite a la pietà, diva, per Dio.
      Non prolongar il troppo intenso male,
Ch'è del mio tanto amar indegno fio;
Non sia tanto rigor con splendor tale.
      Se, ch'io viva, ti cale,
Del grazioso sguardo apri le porte;
Mirami, o bella, se vuoi darmi morte.

      Qua il volto in cui riluce l'istoria de sue pene, è l'anima,
in quanto che è esposta alla recepzion de doni superiori,
al riguardo de quali è in potenza ed attitudine, senza compimento
di perfezione ed atto, il qual aspetta la ruggiada
divina. Onde ben fu detto: Anima mea sicut terra sine
aqua tibi
. Ed altrove: Os meum aperui et attraxi spiritum,
quia mandata tua desiderabam
. Appresso, l'orgoglio
che non s'affrena
, è detto per metafora e similitudine
(come de Dio tal volta si dice gelosia, ira, sonno);
e quello significa la difficultà con la quale egli fa copia di
far vedere al meno le sue spalli, che è il farsi conoscere
mediante le cose posteriori ed effetti. Cossí copre le luci con
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le palpebre, non asserena il turbato cielo de la mente
umana, per toglier via l'ombra de gli enigmi e similitudini.
      Oltre (perché non crede che tutto quel che non è, non
possa essere) priega la divina luce che - per la sua bellezza
la quale non deve essere a tutti occolta, almeno secondo
la capacità de chi la mira, e per il suo amore che forse a
tanta bellezza è uguale (uguale intende de la beltade, in
quanto che la se gli può far comprensibile), - che si renda
alla pietà, cioè che faccia come quelli che son piatosi, quali
da ritrosi e schivi si fanno graziosi ed affabili; e che non
prolonghe il male che avviene da quella privazione, e non
permetta che il suo splendor per cui è desiderata, appaia
maggiore che il suo amore con cui si communiche: stante
che tutte le perfezioni in lei non solamente sono uguali,
ma ancor medesime.
      Al fine la ripriega che non oltre l'attriste con la privazione;
perché potrà ucciderlo con la luce de suoi sguardi,
e con que' medesimi donargli la vita: e però non lo lasce
a la morte con ciò che le amene luci siano ascose da le
palpebre.
      Cesarino. Vuol dire quella morte de amanti che procede
da somma gioia, chiamata da cabalisti mors osculi?
la qual medesima è vita eterna, che l'uomo può aver in
disposizione in questo tempo ed in effetto nell'eternità?
      Maricondo. Cossí è.
Bruno Furori 1092-1093-1094