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Venuta dunque in presenza del sacrosanto senato,
udí dal sommo preside queste paroli: - Voglio, o Diligenza,
che ottegni questo nobil spacio nel cielo; perché tu sei quella
che nutri con la fatica gli animi generosi. Monta, supera e
passa con uno spirto, se possibil fia, ogni sassosa e ruvida
montagna. Infervora tanto l'affetto tuo, che non solo resisti
e vinci te stessa, ma, ed oltre, non abbi senso della tua
difficultade, non abbi sentimento del tuo esser fatica;
perché cossí la fatica non deve esser fatica a sé, come a se
medesimo nessun grave è grave. Però non sarai degna
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fatica, se talmente non vinci te stessa, che non ti stimi
essere quel che sei, fatica; atteso che, dovunque hai senso
di te, non puoi essere superiore a te; ma, se non sei depressa
o suppressa, vieni al meno ad essere oppressa da te medesima.
La somma perfezione è non sentir fatica e dolore,
quando si comporta fatica e dolore. Devi superarti con
quel senso di voluttà, che non sente voluttà; quella voluttà
dico, la quale, se fusse naturalmente buona, non
verrebe dispreggiata da molti, come principio di morbi,
povertade e biasimo. Ma tu, Fatica, circa l'opre egregie sii
voluttà e non fatica a te stessa; vegni, dico, ad esser una
e medesima cosa con quella, la quale fuor di quelle opre ed
atti virtuosi sia a se stessa non voluttà, ma fatica intolerabile.
Su dunque, se sei virtú, non occuparti a cose basse,
a cose frivole, a cose vane. Se vuoi esser là dove il polo
sublime della Verità ti vegna verticale, passa questo Apennino,
monta queste Alpi, varca questo scoglioso Oceano,
supera questi rigorosi Rifei, trapassa questo sterile e gelato
Caucaso, penetra le inaccessibili erture, e subintra quel
felice circolo, dove il lume è continuo e non si veggon mai
tenebre né freddo, ma è perpetua temperie di caldo e dove
eterna ti fia l'aurora o giorno. [>]

Bruno Best 712-713