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      Albertino. Cossí farò. Prima, dunque, da quel, che
estra questo mondo non s'intende essere loco né tempo,
perché se dice un primo cielo e primo corpo, il quale è distantissimo
da noi e primo mobile; onde abbiamo per consuetudine
di chiamar cielo quello che è sommo orizonte
del mondo, dove sono tutte le cose immobili, fisse e quiete,
che son le intelligenze motrici de gli orbi. Ancora, dividendo
il mondo in corpo celeste ed elementare, si pone
questo terminato e contenuto, quello terminante e continente:
ed è tal ordine de l'universo che, montando da corpo
piú crasso a piú sottile quello che è sopra il convesso del
fuoco, in cui sono affissi il sole, la luna ed altre stelle, è una
quinta essenza; a cui conviene e che non vada in infinito,
perché sarrebe impossibile di giongere al primo mobile;
e che non si repliche l'occorso d'altri elementi, sí perché
questi verrebono ad essere circonferenziali, sí anco perché
il corpo incorrottibile e divino verrebe contenuto e compreso
da gli corrottibili. Il che è inconveniente: perché a
quello ch'è divino, conviene la raggion di forma ed atto,
e per conseguenza di comprendente, figurante, terminante;
non modo di terminata, compresa e figurata materia.
Appresso, argomento cossí con Aristotele: «se fuor di questo
cielo è corpo alcuno, o sarà corpo semplice, o sarà corpo
composto; ed in qualsivoglia modo che tu dica, dimando
oltre, o vi è come in loco naturale, o come in loco accidentale
e violento. Mostramo che ivi non è corpo semplice;
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perché non è possibile che corpo sferico si cange di loco;
perché, come è impossibile che muti il centro, cossí non è
possibile che cange il sito: atteso che non può esser se non
per violenza estra il proprio sito; e violenza non può essere
in lui, tanto attiva- quanto passivamente. Similmente
non è possibile che fuor del cielo sia corpo semplice mobile
di moto retto: o sia grave o sia lieve, non vi potrà essere
naturalmente, atteso che gli luoghi di questi corpi semplici
sono altri dai luoghi, che si dicono fuor del mondo. Né
potrete dir che vi sia per accidente; perché averrebe, che
altri corpi vi sieno per natura. Or, essendo provato, che
non sono corpi semplici oltre quei che vegnano alla composizion
di questo mondo, che son mobili secondo tre specie
di moto locale, è consequente che fuor del mondo non sia
altro corpo semplice. Se cossí è, è anco impossibile, che
vi sia composto alcuno; perché questo di quelli si fa ed in
quelli si risolve. Cossí è cosa manifesta che non son molti
mondi, perché il cielo è unico, perfetto e compito, a cui
non è, né può essere altro simile. Indi s'inferisce, che fuor
di questo corpo non può essere loco né pieno né vacuo,
né tempo. Non vi è loco; perché, se questo sarà pieno,
contenerà corpo o semplice o composto: e noi abbiamo
detto che fuor del cielo non v'è corpo né semplice né composto.
Se sarà vacuo, allora, secondo la raggion del vacuo
(che si definisce spacio, in cui può esser corpo), vi potrà
essere; e noi abbiamo mostrato che fuor del cielo non può
esser corpo. Non vi è tempo; perché il tempo è numero
di moto; il moto non è se non di corpo; però dove non è
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corpo, non è moto, non v'è numero, né misura di moto;
dove non è questa, non è tempo. Poi abbiam provato, che
fuor del mondo non è corpo, e per consequenza per noi è
dimostrato non esservi moto, né tempo. Se cossí è, non vi è
temporeo né mobile: e per consequenza, il mondo è uno.
Bruno Inf 506-507-508