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      Saulino. È vero e bene, o Sofia; e non senza spirto di
veritade mostrò il Poeta ferrarese, questa essere molto piú
conveniente a gli omini, se talvolta non è sconvenevole
a dei:
      Quantunque il simular sia le piú volte
Ripreso, e dia di mala mente indici,
Si trova pur in molte cose e molte
Aver fatti evidenti benefici,
E danni, e biasmi, e morte aver già tolte;
Ché non conversiam sempre con gli amici
In questa assai piú oscura che serena
Vita mortal, tutta d'invidia piena.

Ma vorrei sapere, o Sofia, in che maniera intendi la Simplicità
aver similitudine del volto divino.
      Sofia. Per questo, che la non può aggiongere a l'esser
suo con la iattanza, e non può suttraere da quello con la
simulazione. E questo procede dal non avere intelligenza
ed apprensione di se stessa; come quello che è simplicissimo,
se non vuol essere altro che semplicissimo, non intende
se stesso. Perché quello che si sente e che si remira,
si fa in certo modo molto, e, per dir meglio, altro ed altro;
perché si fa obietto e potenza, conoscente e conoscibile:
essendo che ne l'atto dell'intelligenza molte cose incorreno
in uno. Però quella semplicissima intelligenza non
si dice intendere se stessa, come se avesse un atto reflesso
de intelligente ed intelligibile; ma perché è absolutissimo
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e semplicissimo lume, solo dunque se dice intendersi negativamente,
per quanto non si può essere occolta. La Semplicità
dunque, in quanto che non apprende e non commenta
su l'esser suo, s'intende aver similitudine divina.
Dalla quale a tutta distanza dechina la boriosa Iattanzia.
Ma non tanto la studiosa Dissimulazione, a cui Giove fa
lecito che talvolta si presente in cielo, e non già come dea,
ma come tal volta ancella della Prudenza e scudo della
Veritade.
Bruno Best 708-709