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      Aggiungi a quel che è detto che, quando l'intelletto
vuol comprendere l'essenzia d'una cosa, va simplificando
quanto può: voglio dire, dalla composizione e moltitudine
se ritira, rigittando gli accidenti corrottibili, le dimensioni,
i segni, le figure a quello che sottogiace a queste cose. Cossí
la lunga scrittura e prolissa orazione non intendemo, se
non per contrazione ad una semplice intenzione. L'intelletto
in questo dimostra apertamente come ne l'unità consista
la sustanza de le cose, la quale va cercando o in verità
o in similitudine. Credi, che sarebbe consummatissimo
e perfettissimo geometra quello che potesse contraere ad
una intenzione sola tutte le intenzioni disperse ne' principii
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di Euclide; perfettissimo logico chi tutte le intenzioni
contraesse ad una. Quindi è il grado delle intelligenze;
perché le inferiori non possono intendere molte cose, se
non con molte specie, similitudini e forme; le superiori
intendeno megliormente con poche; le altissime con pochissime
perfettamente. La prima intelligenza in una idea perfettissimamente
comprende il tutto; la divina mente e la unità
assoluta, senza specie alcuna, è ella medesimo lo che intende
e lo ch'è inteso. Cossí dunque, montando noi alla perfetta
cognizione, andiamo complicando la moltitudine; come,
descendendosi alla produzione de le cose, si va esplicando
la unità. Il descenso è da uno ente ad infiniti individui e
specie innumerabili, lo ascenso è da questi a quello.
      Per conchiudere dunque questa seconda considerazione,
dico che, quando aspiriamo e ne forziamo al principio e
sustanza de le cose, facciamo progresso verso la indivisibilità;
e giamai credemo esser gionti al primo ente e universal
sustanza sin che non siamo arrivati a quell'uno individuo
in cui tutto si comprende; tra tanto non piú credemo
comprendere di sustanza e di essenza, che sappiamo comprendere
di indivisibilità. Quindi i Peripatetici e Platonici
infiniti individui riducono ad una individua raggione di
molte specie; innumerabili specie comprendono sotto determinati
geni, quali Archita primo volse che fussero
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diece; determinati geni ad uno ente, una cosa; la qual
cosa ed ente è compresa da costoro come un nome e dizione
ed una logica intenzione, e in fine una vanità. Perché,
trattando fisicamente poi, non conosceno uno principio
di realità ed essere di tutto quel che è, come una intenzione
e nome comune a tutto quel che si dice e si comprende.
Il che certo è accaduto per imbecillità di intelletto.
Bruno Causa 332-333-334