— 1083 —
      Maricondo. Mi sovviene di quel che dice Seneca in
certa epistola
dove referisce le paroli d'Epicuro ad un suo
amico, che son queste: Se amor di gloria ti
tocca il petto, piú noto e chiaro ti renderanno
le mie lettere che tutte quest'altre
cose che tu onori, e dalle quali
sei onorato, e per le quali ti puoi vantare.

Similmente arria possuto dire Omero, se si gli
fusse presentato avanti Achille o Ulisse, Vergilio a Enea
ed alla sua progenia; perciò che, come ben suggionse quel
filosofo morale, è piú conosciuto Domenea
per le lettere d'Epicuro, che tutti gli
megistani satrapi e regi, dalli quali
pendeva il titolo di Domenea e la memoria
de gli quali venia suppressa dall'alte
tenebre de l'oblio. Non vive Attico
per essere genero d'Agrippa e progenero
de Tiberio, ma per l'epistole
de Tullio; Druso, pronepote di Cesare,
non si trovarebbe nel numero de' nomi

— 1084 —
tanto grandi, se non vi l'avesse inserito
Cicerone. Oh che ne sopraviene al
capo una profonda altezza di tempo,
sopra la quale non molti ingegni rizzaranno
il capo
. Or per venire al proposito di
questo furioso, il quale, vedendo una fenice accesa al sole,
si rammenta del proprio studio, e duolsi che come quella,
per luce ed incendio che riceve, gli rimanda oscuro e tepido
fumo di lode all'olocausto della sua liquefatta sustanza.
Qualmente giamai possiamo non sol raggionare, ma e né
men pensare di cose divine che non vengamo a detraergli
piú tosto che aggiongergli di gloria, di sorte che la maggior
cosa che farsi possa al riguardo di quelle, è che l'uomo
in presenza de gli altri uomini vegna piú tosto a magnificar
se stesso per il studio ed ardire, che donar splendore ed altro
per qualche compita e perfetta azione. Atteso che cotale
non può aspettarsi dove si fa progresso all'infinito, dove
l'unità ed infinità son la medesima cosa; e non possono
essere perseguitate da l'altro numero, perché non è unità,
né da altra unità, perché non è numero, né da altro numero
ed unità perché non sono medesimo absoluto ed infinito.
Là onde ben disse un teologo che, essendo che il fonte
della luce non solamente gli nostri intelletti, ma ancora gli
divini di gran lunga sopraavanza, è cosa conveniente che
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non con discorsi e paroli, ma con silenzio vegna ad esser
celebrata.
      Cesarino. Non già col silenzio de gli animali bruti ed
altri che sono ad imagine e similitudine d'uomini, ma di
quelli, il silenzio de quali è piú illustre che tutti gli cridi,
rumori e strepiti di costoro che possano esser uditi.
Bruno Furori 1083-1084-1085