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      Gervasio. Perché Platone, che venne appresso, non fece
similmente né meglio che Pitagora?
      Teofilo. Perché volse piú tosto, dicendo peggio e con
men comodo e appropriato modo, esser stimato maestro
che, dicendo megliormente e meglio, farsi riputar discepolo.
Voglio dire, che il fine de la sua filosofia era piú la propria
gloria che la verità; atteso che non posso dubitar che lui
sapesse molto bene che il suo modo era appropriato piú
alle cose corporali e corporalmente considerate, e quell'altro
non meno accomodato e appropriabile a queste, che
a tutte l'altre che la raggione, l'imaginazione, l'intelletto,
l'una e l'altra natura sapesse fabricare. Ogniuno confessarà,
che non era occolto a Platone che la unità e numeri
necessariamente essaminano e donano raggione di punto
e figure, e non sono essaminati e non prendeno raggione
da figure e punti necessariamente, come la sustanza dimensionata
e corporea depende dall'incorporea e individua;
oltre che questa è absoluta da quella, perché la raggione
di numeri si trova senza quella de misura, ma quella non
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può essere absoluta da questa, perché la raggione di misure
non si trova senza quella di numeri. Però la aritmetrica
similitudine e proporzione è piú accomodata che la geometrica,
per guidarne per mezzo de la moltitudine alla
contemplazione e appresione di quel principio indivisibile;
che, per essere unica e radical sustanza di tutte cose, non
è possibile, ch'abbia un certo e determinato nome, e tal
dizione che significhe piú tosto positiva- che privativamente:
e però è stato detto da altri punto, da altri unità,
da altri infinito, e secondo varie raggioni simili a
queste.
Bruno Causa 331-332