— 1080 —
      III. Cesarino. Or consideriamo sopra questa imagine
seguente, ch'è d'una fenice che arde al sole, e con il suo
fumo va quasi a oscurar il splendor di quello, dal cui
calore vien infiammata; ed evvi la nota che dice: Neque
simile, nec par
.
      Maricondo. Leggasi l'articolo prima:
      Questa fenice ch'al bel sol s'accende,
E a dramma a dramma consumando vassi,
Mentre di splendor cint'ardendo stassi,
Contrario fio al suo pianeta rende;
      Perché quel che da lei al ciel ascende,
Tepido fumo ed atra nebbia fassi,
Ond'i raggi a' nostri occhi occolti lassi
E quello avvele, per cui arde e splende.
      Tal il mio spirto (ch'il divin splendore
Accende e illustra), mentre va spiegando
Quel che tanto riluce nel pensiero,
      Manda da l'alto suo concetto fore
Rima, ch'il vago sol vad'oscurando,
Mentre mi struggo e liquefaccio intiero.
— 1081 —
      Oimè! questo adro e nero
Nuvol di foco infosca col suo stile
Quel ch'aggrandir vorrebbe, e 'l rend'umile.

      Cesarino. Dice dunque costui che, come questa fenice,
venendo dal splendor del sole accesa ed abituata di luce
e di fiamma, vien ella poi ad inviar al cielo quel fumo che
oscura quello che l'ha resa lucente; cossí egli, infiammato
ed illuminato furioso, per quel che fa in lode di tanto illustre
suggetto che gli ave acceso il core e gli splende nel
pensiero, viene piú tosto ad oscurarlo, che ritribuirgli luce
per luce, procedendo quel fumo, effetto di fiamme in cui
si risolve la sustanza di lui.
      Maricondo. Io senza che metta in bilancio e comparazione
gli studi di costui, torno a dire quel che ti dicevo
l'altr'ieri, che la lode è uno de gli piú gran sacrificii che possa
far un affetto umano ad un oggetto. E per lasciar da parte
il proposito del divino, ditemi: chi conoscerebbe Achille,
Ulisse e tanti altri greci e troiani capitani; chi arrebe notizia
de tanti grandi soldati, sapienti ed eroi de la terra,
se non fussero stati messi alle stelle e deificati per il sacrificio
de laude, che nell'altare del cor de illustri poeti ed
altri recitatori ave acceso il fuoco, con questo che comunmente
montasse al cielo il sacrificatore, la vittima ed il
canonizato divo, per mano e voto di legitimo e degno
sacerdote?
      Cesarino. Ben dici di degno e legitimo sacerdote; perché
degli apposticci n'è pieno oggi il mondo, li quali, come sono
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per ordinario indegni essi loro, cossí vegnono sempre a celebrar
altri indegni, di sorte che asini asinos fricant. Ma la
providenza vuole che, in luogo d'andar gli uni e gli altri
al cielo, sen vanno giontamente alle tenebre de l'Orco;
onde fia vana e la gloria di quel che celebra, e di quel ch'è
celebrato; perché l'uno ha intessuta una statua di paglia,
o insculpito un tronco di legno, o messo in getto un pezzo
di calcina, e l'altro, idolo d'infamia e vituperio, non sa
che non gli bisogna aspettar gli denti de l'evo e la falce di
Saturno per esser messo giú; stante che dal suo encomico
medesimo vien sepolto vivo all'ora all'ora propria che vien
lodato, salutato, nominato, presentato. Come per il contrario
è accaduto alla prudenza di quel tanto celebrato
Mecenate, il quale, se non avesse avuto altro splendore
che de l'animo inchinato alla protezione e favor delle Muse,
sol per questo meritò che gl'ingegni de tanti illustri poeti
gli dovenessero ossequiosi a metterlo nel numero de piú
famosi eroi che abbiano calpestrato il dorso de la terra.
Gli propri studii ed il proprio splendore l'han reso chiaro
e nobilissimo, e non l'esser nato d'atavi regi, non l'esser
gran secretario e consegliero d'Augusto. Quello, dico, che
l'ha fatto illustrissimo, è l'aversi fatto degno dell'execuzion
della promessa di quel poeta che disse:
Fortunati ambo, si quid mea carmina possunt,
Nulla dies unquam memori vos eximet aevo,

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Dum domus Aeneae Capitoli immobile saxum
Accolet, imperiumque pater Romanus habebit.

Bruno Furori 1080-1081-1082-1083