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dialogo quinto

Albertino, nuovo interlocutore.

      Albertino. Vorrei sapere che fantasma, che inaudito
mostro, che uomo eteroclito, che cervello estraordinario è
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questo; quai novelle costui di nuovo porta al mondo; o
pur che cose absolete e vecchie vegnono a rinuovarsi, che
amputate radici vegnono a repullular in questa nostra
etade.
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      Elpino. Sono amputate radici che germogliano, son
cose antique che rivegnono, son veritadi occolte che si
scuoprono: è un nuovo lume che, dopo lunga notte, spunta
all'orizonte ed emisfero della nostra cognizione ed a poco
a poco s'avicina al meridiano della nostra intelligenza.
      Albertino. S'io non conoscesse Elpino, so che direi.
      Elpino. Dite pur quel che vi piace; ché, se voi avete
ingegno, come io credo averlo, gli consentirete come io gli
consento; se l'avete megliore, gli consentirete piú tosto e
meglio, come credo che sarà. Atteso che quelli a' quali è
difficile la volgar filosofia ed ordinaria scienza, e sono ancor
discepoli e mal versati in quella (ancor che non si stimino
tali, per quel che sovente esser suole), non sarà facile che
si convertano al nostro parere; perché in cotali può piú
la fede universale, ed in essi massime la fama de gli autori
che gli son stati messi per le mani, trionfa; per il che admirano
la riputazion di espositori e commentatori di quelli.
Ma gli altri a' quali la detta filosofia è aperta e che son
gionti a quel termine, onde non son piú occupati a spendere
il rimanente della lor vita ad intendere quel ch'altri dica,
ma hanno proprio lume ed occhi de l'intelletto vero agente,
penetrano ogni ricetto, e qual'Argi, con gli occhi de diverse
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cognizioni, la possono contemplar per mille porte ignuda;
potranno, facendosi piú appresso, distinguere tra quel che
si crede e s' ha per concesso e vero, per mirar da lontano
per forza di consuetudine e senso generale, e quel che veramente
è, e deve aversi per certo, come constante nella verità
e sustanza de le cose. [>]

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