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Cossí tutte cose nel suo geno
hanno tutte vicissitudine di dominio e servitú, felicità ed
infelicità, de quel stato che si chiama vita e quello che si
chiama morte, di luce e tenebre, di bene e male. E non è
cosa alla quale naturalmente convegna esser eterna, eccetto
che alla sustanza, che è la materia, a cui non meno conviene
essere in continua mutazione. Della sustanza soprasustanziale
non parlo al presente, ma ritorno a raggionar particularmente
di questo grande individuo, ch' è la nostra perpetua
nutrice e madre, di cui dimandaste per qual caggione
fusse il moto locale. E dico, che la causa del moto locale,
tanto del tutto intiero quanto di ciascuna delle parti, è
il fine della vicissitudine, non solo perché tutto si ritrove
in tutti luoghi, ma ancora perché con tal mezzo tutto abbia
tutte disposizioni e forme: per ciò che degnissimamente il
moto locale è stato stimato principio d'ogni altra mutazione
e forma; e che, tolto questo, non può essere alcun altro.
Aristotele s'ha possuto accorgere della mutazione secondo
le disposizioni e qualità, che sono nelle parti tutte de la
terra; ma non intese quel moto locale, che è principio di
quelle. Pure nel fine del primo libro della sua Meteora ha
parlato come un che profetiza e divina. Ché, benché lui
medesmo tal volta non s'intenda, pure in certo modo
zoppigando e meschiando sempre qualche cosa del proprio
errore al divino furore, dice per il piú e per il principale il
vero. Or apportiamo quel che lui dice, e vero e degno d'essere
considerato; e poi soggiungeremo le cause di ciò, quali
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lui non ha possuto conoscere. «Non sempre», dice egli,
«gli medesmi luoghi della terra son umidi o secchi; ma,
secondo la generazione e difetto di fiumi, si cangiano. Però
quel che fu ed è mare, non sempre è stato e sarà mare;
quello che sarà ed è stato terra, non è, né fu sempre terra;
ma, con certa vicissitudine, determinato circolo ed ordine,
si de' credere, che dov'è l'uno, sarà l'altro, e dov'è l'altro,
sarà l'uno»
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Bruno Cena 156-157