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      Maricondo. Vedi dunque, Cesarino, come ha raggione
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questo furioso di risentirsi contra coloro che lo riprendono
come cattivo de bassa bellezza a cui sparga voti e appenda
tabelle; di maniera che quindi non viene rubelle dalle voci
che lo richiamano a piú alte imprese: essendo che, come
queste basse cose derivano da quelle ed hanno dependenza,
cossí da queste si può aver accesso a quelle come
per proprii gradi. Queste, se non son Dio, son cose divine,
sono imagini sue vive: nelle quali non si sente offeso, se si
vede adorare; perché abbiamo ordine del superno spirito
che dice: Adorate scabellum pedum eius. Ed altrove disse
un divino imbasciatore: Adorabimus ubi steterunt pedes
eius
.
      Cesarino. Dio, la divina bellezza e splendore riluce ed
è in tutte le cose; però non mi pare errore d'admirarlo in
tutte le cose, secondo il modo che si comunica a quelle.
Errore sarà certo, se noi donaremo ad altri l'onor che tocca
a lui solo. Ma che vuol dir quando dice: Lasciatemi,
lasciate, altri desiri
?
      Maricondo. Bandisce da sé gli pensieri, che gli appresentano
altri oggetti che non hanno forza di commoverlo
tanto, e che gli vogliono involar l'aspetto del sole, il qual
può presentarsegli da questa fenestra piú che da l'altre.
      Cesarino. Come, importunato da pensieri, si sta constante
a remirar quel splendor che lo disface, e non lo fa
di maniera contento che ancora non vegna fortemente a
tormentarlo?
      Maricondo. Perché tutti gli nostri conforti in questo
stato di controversia non sono senza gli suoi disconforti
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cossí grandi come magnifici son gli conforti. Come piú grande
è il timore d'un re che consiste su la perdita d'un regno,
che di un mendico che consiste sul periglio di perdere dieci
danaii; è piú urgente la cura d'un prencipe sopra una
republica, che d'un rustico sopra un grege de porci; come
gli piaceri e delicie di quelli forse son piú grandi che le
delicie di questi. Però l'amare ed aspirar piú alto mena
seco maggior gloria e maestà con maggior cura, pensiero
e doglia: intendo in questo stato dove l'un contrario sempre
è congionto a l'altro, trovandosi la massima contrarietade
sempre nel medesimo geno, e per consequenza circa medesimo
suggetto, quantunque gli contrarii non possano essere
insieme. E cossí proporzionalmente nell'amor di Cupido
superiore, come dechiarò l'Epicureo poeta nel cupidinesco
volgare e animale, quando disse:
Fluctuat incertis erroribus ardor amantum,
Nec constat quid primum oculis manibusque fruantur:
Quod petiere, premunt arte, faciuntque dolorem
Corporis, et dentes inlidunt saepe labellis
Osculaque adfigunt, quia non est pura voluptas
Et stimuli subsunt qui instigant laedere id ipsum,
Quodcunque est, rabies, unde illa haec germina surgunt.
Sed leviter paenas frangit Venus inter amorem,
Blandaque refraenat morsus admixta voluptas;
Namque in eo spes est, unde est ardoris origo,
Restingui quoque posse ab eodem corpore flammam.

      Ecco dunque con quali condimenti il magistero ed arte
della natura fa che un si strugga sul piacer di quel che lo
disface, e vegna contento in mezzo del tormento, e tormentato
in mezzo de tutte le contentezze; atteso che nulla si
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fa absolutamente da un pacifico principio, ma tutto da
contrarii principii per vittoria e domíno d'una parte della
contrarietade; e non è piacere di generazione da un canto
senza dispiacere di corrozione da l'altro; e dove queste
cose che si generano e corrompono, sono congionte e come
in medesimo suggetto composto, si trova il senso di delettazione
e tristizia insieme. Di sorte che vegna nominata
piú presto delettazione che tristizia, se aviene che la sia
predominante, e con maggior forza possa sollecitare il senso.
Bruno Furori 1077-1078-1079-1080