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      II. Cesarino. Veggio appresso un fumante turribolo
che è sustenuto da un braccio; ed il motto che dice: Illius
aram
; ed appresso l'articolo seguente:
      Or chi quell'aura de mia nobil brama
D'un ossequio divin credrà men degna
S'in diverse tabelle ornata vegna
Da voti miei nel tempio de la fama?
      Perch'altra impresa eroica mi richiama,
Chi pensarà giamai che men convegna
Ch'al suo culto cattivo mi ritegna
Quella ch'il ciel onora tanto ed ama?
      Lasciatemi, lasciate, altri desiri,
Importuni pensier, datemi pace.
Perché volete voi ch'io mi ritiri
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      Da l'aspetto del sol che sí mi piace?
Dite di me piatosi: - Perché miri
Quel che per remirar sí ti disface?
      Perché di quella face
Sei vago sí? - Perché mi fa contento,
Piú ch'ogn'altro piacer, questo tormento.

      Maricondo. A proposito di questo io ti dicevo che,
quantunque un rimagna fisso su una corporal bellezza e
culto esterno, può onorevolmente e degnamente trattenirsi;
purché dalla bellezza materiale, la quale è un raggio
e splendor della forma ed atto spirituale, di cui è vestigio
ed ombra, vegna ad inalzarsi alla considerazion e culto
della divina bellezza, luce e maestade; di maniera che da
queste cose visibili vegna a magnificar il core verso quelle
che son tanto piú eccellenti in sé e grate a l'animo ripurgato,
quanto son piú rimosse da la materia e senso. Oimè,
dirà, se una bellezza umbratile, fosca, corrente, depinta
nella superficie de la materia corporale, tanto mi piace e
tanto mi commuove l'affetto, m'imprime nel spirito non
so che riverenza di maestade, mi si cattiva e tanto dolcemente
mi lega e mi s'attira, ch'io non trovo cosa che mi
vegna messa avanti da gli sensi che tanto m'appaghe;
che sarà di quello che sustanzialmente, originalmente, primitivamente
è bello? che sarà de l'anima mia, dell'intelletto
divino, della regola de la natura? Conviene dunque,
che la contemplazione di questo vestigio di luce mi amene
mediante la ripurgazion de l'animo mio all'imitazione,
conformità e participazione di quella piú degna ed alta,
in cui mi transforme ed a cui mi unisca; perché son certo
che la natura che mi ha messa questa bellezza avanti gli
occhi, e mi ha dotato di senso interiore, per cui posso argumentar
bellezza piú profonda ed incomparabilmente maggiore,
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voglia ch'io da qua basso vegna promosso a l'altezza
ed eminenza di specie piú eccellenti. Né credo che il mio
vero nume, come me si mostra in vestigio ed imagine, voglia
sdegnarsi che in imagine e vestigio vegna ad onorarlo,
a sacrificargli, con questo ch'il mio core ed affetto sempre
sia ordinato, e rimirare piú alto; atteso che chi può esser
quello che possa onorarlo in essenza e propria sustanza,
se in tal maniera non può comprenderlo?
      Cesarino. Molto ben dimostri come a gli uomini di
eroico spirito tutte le cose si converteno in bene, e si sanno
servire della cattività in frutto di maggior libertade, e
l'esser vinto una volta convertiscono in occasione di maggior
vittoria. Ben sai che l'amor di bellezza corporale a
color che son ben disposti, non solamente non apporta ritardamento
da imprese maggiori, ma piú tosto viene ad
improntargli l'ali per venire a quelle; allor che la necessità
de l'amore è convertita in virtuoso studio, per cui l'amante
si forza di venire a termine nel quale sia degno della cosa
amata, e forse di cosa maggiore, megliore e piú bella ancora;
onde sia o che vegna contento d'aver guadagnato quel
che brama, o sodisfatto dalla sua propria bellezza, per cui
degnamente possa spregiar l'altrui che viene ad esser da
lui vinta e superata: onde o si ferma quieto, o si volta ad
aspirare ad oggetti piú eccellenti e magnifichi. E cossí
sempre verrà tentando il spirito eroico, sin tanto che non
si vede inalzato al desiderio della divina bellezza in se stessa,
senza similitudine, figura, imagine e specie, se sia possibile;
e piú, se sa arrivare a tanto.
Bruno Furori 1075-1076-1077