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      Però non falla chi dice uno essere lo ente, la sustanza
e l'essenzia; il quale, come infinito e interminato, tanto
secondo la sustanza quanto secondo la durazione quanto
secondo la grandezza quanto secondo il vigore, non ha
raggione di principio né di principiato; perché, concorrendo
ogni cosa in unità e identità, dico medesimo essere,
viene ad avere raggione absoluta e non respettiva. Ne
l'uno infinito, inmobile, che è la sustanza, che è lo ente,
se vi trova la moltitudine, il numero, che, per essere modo
e moltiformità de lo ente, la quale viene a denominar cosa
per cosa, non fa per questo che lo ente sia piú che uno,
ma moltimodo e moltiforme e moltifigurato. Però, profondamente
considerando con gli filosofi naturali, lasciando
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i logici ne le lor fantasie, troviamo che tutto lo che fa
differenza e numero, è puro accidente, è pura figura, è
pura complessione. Ogni produzione, di qualsivoglia sorte
che la sia, è una alterazione, rimanendo la sustanza sempre
medesima; perché non è che una, uno ente divino, immortale.
Questo lo ha possuto intendere Pitagora, che non
teme la morte, ma aspetta la mutazione. L' hanno possuto
intendere tutti filosofi, chiamati volgarmente fisici, che
niente dicono generarsi secondo sustanza né corrompersi,
se non vogliamo nominar in questo modo la alterazione.
Questo lo ha inteso Salomone, che dice «non essere cosa
nova sotto il sole, ma quel che è fu già prima». Avete
dunque come tutte le cose sono ne l'universo, e l'universo
è in tutte le cose; noi in quello, quello in noi; e cossí tutto
concorre in una perfetta unità. Ecco come non doviamo
travagliarci il spirto, ecco come cosa non è, per cui sgomentarne
doviamo. Perché questa unità è sola e stabile,
e sempre rimane; questo uno è eterno; ogni volto, ogni
faccia, ogni altra cosa è vanità, è come nulla, anzi è nulla
tutto lo che è fuor di questo uno. Quelli filosofi hanno ritrovata
la sua amica Sofia, li quali hanno ritrovata questa
unità. Medesima cosa a fatto è la sofia, la verità, la unità.
Hanno saputo tutti dire che vero, uno ed ente son la medesima
cosa, ma non tutti hanno inteso: perché altri hanno
seguitato il modo di parlare, ma non hanno compreso il
modo d'intendere di veri sapienti. Aristotele, tra gli altri,
che non ritrovò l'uno, non ritrovò lo ente, e non ritrovò
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il vero, perché non conobbe come uno lo ente; e benché
fusse stato libero di prendere la significazione de lo ente
comune alla sustanza e l'accidente, e oltre de distinguere
le sue categorie secondo tanti geni e specie per tante differenze,
non ha lasciato però di essere non meno poco aveduto
nella verità per non profondare alla cognizione di
questa unità e indifferenza de la costante natura ed essere;
e, come sofista ben secco, con maligne esplicazioni e con
leggiere persuasioni pervertere le sentenze degli antichi e
opporsi a la verità, non tanto forse per imbecillità de intelletto,
quanto per forza d'invidia e ambizione.
Bruno Causa 323-324-325