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seconda parte de gli eroici furori
dialogo primo
interlocutori

Cesarino, Maricondo

      I. Cesarino. Cossí dicono che le cose megliori e piú
eccellenti sono nel mondo, quando tutto l'universo da
ogni parte risponde eccellentemente. E questo stimano
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allor che tutti gli pianeti ottegnono l'Ariete, essendo che
quello de l'ottava sfera ancora ottegna quello del firmamento
invisibile e superiore dove è l'altro zodiaco. Le cose
peggiori e piú basse vogliono che abbiano loco quando
domina la contraria disposizione ed ordine: però per forza
di vicissitudine accadeno le eccessive mutazioni dal simile
al dissimile, dal contrario a l'altro. La revoluzion dunque,
ed anno grande del mondo, è quel spacio di tempo in cui
da abiti ed effetti diversissimi per gli oppositi mezzi e
contrarii si ritorna al medesimo: come veggiamo ne gli
anni particolari, qual è quello del sole, dove il principio
d'una disposizione contraria è fine de l'altra, ed il fine
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di questa è principio di quella. Però ora che siamo stati
nella feccia delle scienze, che hanno parturita la feccia
delle opinioni, le quali son causa della feccia de gli costumi ed
opre, possiamo certo aspettare de ritornare a meglior stati.
      Maricondo. Sappi, fratel mio, che questa successione
ed ordine de le cose è verissima e certissima: ma al nostro
riguardo sempre, in qualsivoglia stato ordinario, il presente
piú ne afflige che il passato, ed ambi doi insieme manco
possono appagarne che il futuro, il quale è sempre in aspettazione
e speranza, come ben puoi veder designato in questa
figura la quale è tolta dall'antiquità de gli Egizii, che fêrno
cotal statua che sopra un busto simile a tutti tre puosero
tre teste, l'una di lupo che remirava a dietro, l'altra di leone
che avea la faccia volta in mezzo, e la terza di cane che
guardava innanzi; per significare che le cose passate affligono
col pensiero, ma non tanto quanto le cose presenti
che in effetto ne tormentano, ma sempre per l'avenire ne
prometteno meglio. Però là è il lupo che urla, qua il leon
che rugge, appresso il cane che applaude.
      Cesarino. Che contiene quel motto ch'è sopra scritto?
      Maricondo. Vedi che sopra il lupo è Iam, sopra il leone
Modo, sopra il cane Praeterea, che son dizioni che significano
le tre parti del tempo.
      Cesarino. Or leggete quel ch'è nella tavola.
      Maricondo. Cossí farò.
      Un alan, un leon, un can appare
A l'auror, al dí chiaro, al vespr'oscuro.
Quel che spesi, ritegno e mi procuro,
Per quanto mi si die', si dà, può dare.
      Per quel che feci, faccio ed ho da fare
Al passato, al presente ed al futuro,
Mi pento, mi tormento, m'assicuro,
Nel perso, nel soffrir, nell'aspettare.

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      Con l'agro, con l'amaro, con il dolce
L'esperienza, i frutti, la speranza
Mi minacciò, m'affligono, mi molce.
      L'età che vissi, che vivo, ch'avanza,
Mi fa tremante, mi scuote, mi folce,
In absenza, presenza e lontananza.
      Assai, troppo, a bastanza
Quel di già, quel di ora, quel d'appresso
M'hanno in timor, martir e spene messo.

      Cesarino. Questa a punto è la testa d'un furioso amante;
quantunque sia de quasi tutti gli mortali, in qualunque
maniera e modo siano malamente affetti; perché non doviamo,
né possiamo dire che questo quadre a tutti stati
in generale, ma a quelli che furono e sono travagliosi:
atteso che ad un ch'ha cercato un regno ed ora il possiede,
conviene il timor di perderlo; ad un ch'ha lavorato per
acquistar gli frutti de l'amore, come è la particular grazia
de la cosa amata, conviene il morso della gelosia e suspizione.
E quanto a gli stati del mondo, quando ne ritroviamo
nelle tenebre e male, possiamo sicuramente profetizar
la luce e prosperitade; quando siamo nella felicità e
disciplina, senza dubio possiamo aspettar il successo de
l'ignoranze e travagli: come avvenne a Mercurio Trimigisto
che per veder l'Egitto in tanto splendor de scienze
e divinazioni, per le quali egli stimava consorti de gli demoni
e dei, e per conseguenza religiosissimi, fece quel profetico
lamento ad Asclepio, dicendo che doveano succedere
le tenebre de nove religioni e culti, e de cose presenti non
dover rimaner altro che favole e materia di condannazione.
Cossí gli Ebrei, quando erano schiavi nell'Egitto e banditi
nelli deserti, erano confortati da lor profeti con l'aspettazione
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de libertà ed acquisto di patria; quando furono
in stato di domíno e tranquillità, erano minacciati de
dispersione e cattività; oggi che non è male né vituperio
a cui non siano suggetti, non è bene né onore che non si
promettano. Similmente accade a tutte l'altre generazioni
e stati: li quali se durano e non sono annichilati a fatto,
per forza della vicissitudine delle cose, è necessario dal
male vegnano al bene, dal bene al male, dalla bassezza a
l'altezza, da l'altezza alla bassezza, da le oscuritadi al
splendore, dal splendor alle oscuritadi. Perché questo comporta
l'ordine naturale; oltre il qual ordine, se si ritrova
altro che lo guaste o corregga, io lo credo, e non ho da disputarne,
perché non raggiono con altro spirito che naturale.
      Maricondo. Sappiamo che non fate il teologo ma filosofo,
e che trattate filosofia non teologia.
      Cesarino. Cossí è. Ma veggiamo quel che séguita.
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