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Non son, dunque, piú ingiusta io che tratto e
muovo tutti equalmente, che voi altri che non fate tutti
equali. Tal che, quando aviene che un poltrone o forfante
monta ad esser principe o ricco, non è per mia colpa, ma
per iniquità di voi altri che, per esser scarsi del lume e
splendor vostro, non lo sforfantaste o spoltronaste prima,
o non lo spoltronate e sforfantate al presente, o almeno
appresso lo vegnate a purgar della forfantesca poltronaria,
a fine che un tale non presieda. Non è errore che sia fatto
un prencipe, ma che sia fatto prencipe un forfante. Or
essendo due cose, cioè principato e forfantaria, il vizio
certamente non consiste nel principato che dono io, ma ne
la forfanteria, che lasciate esser voi. Io perché muovo
l'urna e caccio le sorti, non riguardo piú a lui che ad un
altro; e però non l' ho determinato prima ad esser principe
o ricco (benché bisogna che determinatamente alla
mano uno occorra tra tutti gli altri); ma voi, che fate le
distinzioni, con gli occhi mirando e communicandovi a
chi piú ed a chi meno, a chi troppo ed a chi niente, siete
venuti a lasciar costui determinatamente forfante e poltrone.
Se dunque, la iniquità consiste non in fare un prencipe,
e non in arricchirlo, ma in determinare un suggetto di
forfantaria e poltronaria, non verrò io ad essere iniqua, ma
voi. Ecco dunque, come il Fato m' ha fatto equissima, e non
mi può aver fatta iniqua, perché mi fa essere senz'occhi, a fin
che per questo vegna a posser equalmente graduar tutti. -
Bruno Best 693