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Or, per seguitare il proposito della
causa sua, che faceva la Fortuna nel senato, disse, parlando
a tutti: - Niente, niente, o dei, mi toglie la cecità,
niente che vaglia, niente che faccia alla perfezione de l'esser
mio; per ciò che, s'io non fusse cieca, non sarei Fortuna,
e tanto manca che per questa cecità possiate disminuire
o attenuar la gloria di miei meriti, che da questa medesima
prendo argumento della grandezza ed eccellenza di quelli:
atteso che da quella verrò a convencere ch'io sono meno
astratta da gli atti della considerazione, e non posso esser
ingiusta nelle distribuzioni. - Disse Mercurio a Minerva:
- Non arrai fatto poco, quando arrai dimostrato questo.
- E soggionse la Fortuna: - Alla mia giustizia conviene
essere tale; alla vera giustizia non conviene, non quadra,
anzi ripugna ed oltraggia l'opra de gli occhi. Gli occhi
son fatti per distinguere e conoscere le differenze (non voglio
per ora mostrar quanto sovente per la vista sono ingannati
quei che giudicano); io sono una giustizia che non
ho da distinguere, non ho da far differenze; ma come tutti
sono principalmente, realmente e finalmente uno ente,
una cosa medesima (perché lo ente, uno e vero son medesimo),
cossí ho da ponere tutti in certa equalità, stimar
tutti parimente, aver ogni cosa per uno, e non esser piú
pronta a riguardare, a chiamar uno che un altro, e non piú
disposta a donar ad uno che ad un altro, ed essere piú
inclinata al prossimo che al lontano. Non veggio mitre,
toghe, corone, arti, ingegni; non scorgo meriti e demeriti;
perché, se pur quelli si trovano, non son cosa da natura
altra ed altra in questo ed in quello, ma certissimamente
per circostanze ed occasione, o accidente che s'offre, si
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rancontra e scorre in questo o in quello; e però, quando
dono, non vedo a chi dono; quando toglio, non vedo a chi
toglio: acciò che in questo modo io vegna a trattar tutti
equalmente e senza differenza alcuna. [>]

Bruno Best 690-691