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      Poliinnio. Quaeso, dite qualche cosa dello appetito della
materia, a fin che prendiamo qualche risoluzione per certa
alterazione tra me e Gervasio.
      Gervasio. Di grazia, fatelo, Teofilo, perché costui mi ha
rotto il capo con la similitudine de la femina e la materia,
e che la donna non si contenta meno di maschi che la materia
di forme, e va discorrendo.
      Teofilo. Essendo che la materia non riceve cosa alcuna
da la forma, perché volete che la appetisca? Se (come
abbiamo detto) ella manda dal suo seno le forme, e per
consequenza le ha in sé, come volete che le appetisca?
Non appetisce quelle forme, che giornalmente si cangiano
nel suo dorso; perché ogni cosa ordinata appetisce quello
dal che riceve perfezione. Che può dare una cosa corrottibile
ad una cosa eterna? una cosa imperfetta, come è la
forma de cose sensibili, la quale sempre è in moto, ad una
cosa eterna? una cosa imperfetta, come è la forma de cose
sensibili, la quale sempre è in moto, ad un'altra tanto
perfetta che, se ben si contempla, è uno esser divino nelle
cose, come forse volea dire David de Dinanto, male inteso
da alcuni che riportano la sua opinione? Non la desidera
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per esser conservata da quella, perché la cosa corrottibile
non conserva la cosa eterna; oltre che è manifesto, che la
materia conserva la forma: onde tal forma piú tosto deve
desiderar la materia per perpetuarsi, perché, separandosi da
quella, perde l'essere lei, e non quella che ha tutto ciò che
aveva prima che lei si trovasse, e che può aver de le altre.
Lascio che, quando si dà la causa de la corrozione, non si
dice che la forma fugge la materia o che lascia la materia,
ma piú tosto che la materia rigetta quella forma per prender
l'altra. Lascio a proposito che non abbiamo piú raggion
di dire che la materia appete le forme, che per il contrario
le ha in odio (parlo di quelle che si generano e corrompono,
perché il fonte de le forme, che è in sé, non può appetere,
atteso che non si appete lo che si possiede), perché per tal
raggione, per cui se dice appetere lo che tal volta riceve
o produce, medesimamente, quando lo rigetta e toglie via,
se può dir che l'abomina; anzi piú potentemente abomina
che appete, atteso che eternamente rigetta quella forma
numerale che in breve tempo ritenne. Se dunque ricordarai
questo, che quante ne prende tante ne rigetta, devi equalmente
farmi lecito de dire che ella ha in fastidio, come io
ti farò dire che ella ha in desio.
      Gervasio. Or ecco a terra non solamente gli castelli di
Poliinnio, ma ancora di altri che di Poliinnio.
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      Poliinnio. Parcius ista viris.
      Dicsono. Abbiamo assai compreso per oggi; a rivederci
domani!
      Teofilo. Dunque, adio.
Fine del quarto dialogo.

Bruno Causa 315-316-317