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      Teofilo. Questo non hanno quelli, che stimano ogni
cosa esser corpo, o semplice, come lo etere, o composto,
come li astri e cose astrali; e non cercano la divinità fuor
de l'infinito mondo e le infinite cose, ma dentro questo
e in quelle.
      Dicsono. In questo solo mi par differente il fedele teologo
dal vero filosofo.
      Teofilo. Cossí credo ancor io. Credo che abbiate compreso
quel che voglio dire.
      Dicsono. Assai bene, io mi penso. Di sorte che dal vostro
dire inferisco che, quantunque non lasciamo montar la
materia sopra le cose naturali e fermiamo il piede su la
sua comune definizione che apporta la piú volgare filosofia,
trovaremo pure che la ritegna meglior prorogativa che
quella riconosca; la quale al fine non li dona altro che
la raggione de l'esser soggetto di forme e di potenza receptiva
di forme naturali senza nome, senza definizione, senza termino
alcuno, perché senza ogni attualità. Il che parve
difficile ad alcuni cucullati, i quali, non volendo accusare
ma iscusar questa dottrina, dicono aver solo l'atto entitativo,
cioè differente da quello che non è semplicemente,
e che non ha essere alcuno nella natura, come qualche
chimera o cosa che si finga; perché questa materia in fine
ha l'essere, e le basta questo, cossí, senza modo e dignità;
la quale depende da l'attualità che è nulla. Ma voi dimandareste
raggione ad Aristotele: - Perché vuoi tu, o principe
di Peripatetici, piú tosto che la materia sia nulla per
aver nullo atto, che sia tutto, per aver tutti gli atti, o l'abbia
confusi o confusissimi, come ti piace? Non sei tu quello
che, sempre parlando del novo essere delle forme nella materia
o della generazione de le cose, dici le forme procedere
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e sgombrare da l'interno de la materia, e mai fuste udito
dire che per opera d'efficiente vengano da l'esterno, ma che
quello le riscuota da dentro? Lascio che l'efficiente di
queste cose, chiamato da te con un comun nome Natura,
lo fai pur principio interno, e non esterno, come avviene
ne le cose artificiali. Allora mi par che convegna dire che
la non abbia in sé forma e atto alcuno, quando lo viene
a ricevere di fuora; allora mi par che convegna dire che
l'abbia tutte, quando si dice cacciarle tutte dal suo seno.
Non sei tu quello che, se non costretto da la raggione,
spinto però dalla consuetudine del dire, deffinendo la materia,
la dici piú tosto esser «quella cosa di cui ogni specie
naturale si produce», che abbi mai detto esser «quello,
in cui le cose si fanno», come converrebbe dire quando li
atti non uscissero da quella, e per conseguenza non le
avesse? -
      Poliinnio. Certe consuevit dicere Aristoteles cum suis potius
formas educi de potentia materiae quam in illam induci,
emergere potius ex ipsa quam in ipsam ingeri
: ma io direi,
che ha piaciuto ad Aristotele chiamar atto piú tosto la
esplicazione de la forma che la implicazione.
Bruno Causa 309-310