— 683 —
      Ed ecco, mentre il padre degli dei si volta in circa,
da per se medesima impudentemente e con una non insolita
arroganza si fece innante la Fortuna, e disse: - Non
— 684 —
è bene, o Dei consulari, e tu, o gran sentenziator Giove,
che, dove parlano e possono essere tanto udite la Povertà
e Ricchezza, io sia veduta come pusillanime tacere per
viltade, e non mostrarmi, e con ogni raggione risentirmi.
Io, che son tanto degna e tanto potente, che metto avanti
la Ricchezza, la guido e spingo dove mi pare e piace, d'onde
voglio la scaccio e dove voglio la conduco, con oprar la
successione e vicissitudine de quella con la Povertade;
ed ognun sa che la felicitade di beni esterni non si può
riferir piú alla Ricchezza, come a suo principio, che a me;
sicome la beltà della musica ed eccellenza de l'armonia
da qualcuno non si deve piú principalmente referire alla
lira ed instrumento, che a l'arte ed a l'artefice che le maneggia.
Io son quella dea divina ed eccellente, tanto desiderata,
tanto cercata, tanto tenuta cara, per cui per il
piú de le volte è ringraziato Giove, dalla cui mano aperta
procede la ricchezza, e dalle cui palme chiuse tutto il mondo
plora, e si metteno sozzopra le citadi, regni ed imperii.
Chi mai offre voti alla Ricchezza o alla Povertà?
chi le ringrazia mai? Ognuno che vuole e brama quelle,
chiama me, invoca me, sacrifica a me; chiunque
— 685 —
viene contento per quelle, ringracia me, rende mercé alla
Fortuna, per la Fortuna pone al foco gli aromati, per la Fortuna
fumano gli altari. E che sono una causa, la quale quanto
son piú incerta tanto sono piú veneranda e formidanda, e
tanto son desiderabile ed appetibile quanto mi faccio meno
compagna e familiare; perché ordinariamente nelle cose
meno aperte, piú occolte e maggiormente secrete si trova
piú dignità e maestade. [>]

Bruno Best 683-684-685