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      Teofilo. Dice molto bene. Oltre che è consueto modo di
parlare di peripatetici ancora, che dicono tutto l'atto
dimensionale e tutte forme uscire e venir fuori dalla potenza
de la materia. Questo intende in parte Averroe, il qual,
quantunque arabo e ignorante di lingua greca, nella dottrina
peripatetica però intese piú che qualsivoglia greco che
abbiamo letto; e arebbe piú inteso, se non fusse stato cossí
additto al suo nume Aristotele. Dice lui che la materia
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ne l'essenzia sua comprende le dimensioni interminate;
volendo accennare che quelle pervegnono a terminarsi ora
con questa figura e dimensioni, ora con quella e quell'altra,
quelle e quell'altri, secondo il cangiar di forme naturali.
Per il qual senso si vede che la materia le manda come
da sé e non le riceve come di fuora. Questo in parte intese
ancor Plotino, prencipe nella setta di Platone. Costui, facendo
differenza tra la materia di cose superiori e inferiori,
dice che quella è insieme tutto, ed essendo che possiede
tutto, non ha in che mutarsi; ma questa, con certa vicissitudine
per le parti, si fa tutto, e a tempi e tempi si fa cosa
e cosa: però sempre sotto diversità, alterazione e moto.
Cossí dunque mai è informe quella materia, come né anco
questa, benché differentemente quella e questa; quella ne
l'istante de l'eternità, questa negl'istanti del tempo;
quella insieme, questa successivamente; quella esplicatamente,
questa complicatamente; quella come molti, questa
come uno; quella per ciascuno e cosa per cosa, questa
come tutto e ogni cosa.
      Dicsono. Tanto che non solamente secondo gli vostri principii,
ma, oltre, secondo gli principii de l'altrui modi di filosofare,
volete inferire che la materia non è quel prope nihil, quella
potenza pura, nuda, senza atto, senza virtú e perfezione.
      Teofilo. Cossí è. La dico privata de le forme e senza
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quelle, non come il ghiaccio è senza calore, il profondo è
privato di luce, ma come la pregnante è senza la sua prole,
la quale la manda e la riscuote da sé; e come in questo
emispero la terra, la notte, è senza luce, la quale con il suo
scuotersi è potente di racquistare.
      Dicsono. Ecco che anco in queste cose inferiori, se non
a fatto, molto viene a coincidere l'atto con la potenza.
      Teofilo. Lascio giudicar a voi.
      Dicsono. E se questa potenza di sotto venesse ad esser
una finalmente con quella di sopra, che sarrebe?
      Teofilo. Giudicate voi. Possete quindi montar al concetto,
non dico del summo ed ottimo principio, escluso della nostra
considerazione; ma de l'anima del mondo, come è atto di
tutto e potenza di tutto, ed è tutta in tutto; onde al fine
(dato che sieno innumerabili individui) ogni cosa è uno;
e il conoscere questa unità è il scopo e termine di tutte
le filosofie e contemplazioni naturali: lasciando ne' sua termini
la piú alta contemplazione, che ascende sopra la natura,
la quale a chi non crede è impossibile e nulla.
      Dicsono. È vero; perché se vi monta per lume sopranaturale,
non naturale.
Bruno Causa 306-307-308