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- Non dissi che è ombra, rispose Momo, ma che è
gionta a quelli doi numi, come una medesima ombra a
doi corpi. Oh adesso considero; la mi par la Avarizia, che
è una ombra: è le tenebre che sono della Ricchezza, ed
è le tenebre che sono de la Povertà. - Cossí è, disse Mercurio:
è ella figlia e compagna della Povertà, nemicissima
de la sua madre, e che quanto può la fugge; inamorata ed
invaghita de la Ricchezza, alla quale, quantunque sia giunta,
sempre sente il rigor de la madre che la tormenta: e benché
li sia appresso, li è lungi, e benché li sia lungi, li è appresso,
perché, se si gli discosta, secondo la verità gli è intrinseca,
e gionta secondo l'esistimazione. E non vedi che essendo
gionta e compagna de la Ricchezza, fa che la Ricchezza
non sia Ricchezza, e lunghi essendo da la Povertà, fa
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che la Povertà non sia Povertà? Queste tenebre, questa
oscurità, questa ombra è quella che fa la Povertà esser
mala e la Ricchezza non esser bene; e non si trova senza
malignar l'una de le due, o ambe due insieme; rarissime
volte né l'una né l'altra: e questo è quando sono da ogni
lato circondate dalla luce della raggione ed intelletto. -
Qua dimandò Momo a Mercurio, che li facesse intendere
come quella faceva la Ricchezza non essere ricchezze.
A cui rispose, che il ricco avaro è poverissimo; perché
l'avarizia non è dove sono ricchezze, se non vi è anco la
Povertà; la quale non men veramente se vi trova per
virtú de l'affetto, che ritrovar si possa per virtú d'effetto;
di sorte che questa ombra, al suo marcio dispetto, mai si
può discostare da la madre piú che da se stessa.
Bruno Best 680-681