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      X. Tansillo. Guarda, in quest'altro ch'ha la fantasia
di quella incudine e martello, circa la quale è il motto:
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Ab Aetna. Ma prima che la consideriamo, leggemo la stanza.
Qua s'introduce di Vulcano la prosopopea:
      Or non al monte mio sicilïano
Torn'ove tempri i folgori di Giove;
Qua mi rimagno scabroso Vulcano,
Qua piú superbo gigante si smuove,
      Che contra il ciel s'infiamm'e stizza in vano,
Tentando nuovi studii e varie prove;
Qua trovo meglior fabri e Mongibello,
Meglior fucina, incudine e martello,
      Dov'un petto ha suspiri,
Che quai mantici avvivan la fornace,
U' l'alm'a tante scosse sottogiace
      Di que' sí lunghi scempii e gran martíri;
E manda quel concento
Che fa volgar sí aspro e rio tormento.

      Qua si mostrano le pene ed incomodi che son ne l'amore,
massime nell'amor volgare, il quale non è altro che la
fucina di Vulcano, quel fabro che forma i folgori de Giove
che tormentano l'anime delinquenti. Perché il disordinato
amore ha in sé il principio della sua pena; atteso che Dio
è vicino, è nosco, è dentro di noi. Si trova in noi certa sacrata
mente ed intelligenza, cui subministra un proprio
affetto che ha il suo vendicatore, che col rimorso di certa
sinderesi al meno, come con certo rigido martello, flagella
il spirito prevaricante. Quella osserva le nostre azioni
ed affetti, e come è trattata da noi, fa che noi vengamo
trattati da lei. In tutti gli amanti: dico, è questo fabro
Vulcano, come non è uomo che non abbia Dio in sé, non
è amante che non abbia questo dio. In tutti è Dio certissimamente;
ma qual dio sia in ciascuno, non si sa cossí
facilmente; e se pur si può examinare e distinguere, altro
non potrei credere che possa chiarirlo che l'amore; come
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quello che spinge gli remi, gonfia la vela e modera questo
composto, onde vegna bene o malamente affetto.
      Dico bene o malamente affetto quanto a quel che mette
in execuzione per l'azioni morali e contemplazione; perché
del resto tutti gli amanti comunmente senteno qualch'incomodo:
essendoché come le cose son miste, non essendo
bene alcuno sotto concetto ed affetto a cui non sia gionto
o opposto il male, come né alcun vero a cui non sia apposto
e gionto il falso; cossí non è amore senza timore, zelo,
gelosia, rancore ed altre passioni che procedeno dal contrario
che ne perturba, se l'altro contrario ne appaga.
Talmente venendo l'anima in pensiero di ricovrar la bellezza
naturale, studia purgarsi, sanarsi, riformarsi: e però
adopra il fuoco; perché essendo come oro trameschiato
a la terra ed informe, con certo rigor vuol liberarsi da
impurità; il che s'effettua quando l'intelletto, vero fabro
di Giove, vi mette le mani, essercitandovi gli atti dell'intellettive
potenze.
      Cicada. A questo mi par che si riferisca quel che si trova
nel Convito di Platone, dove dice, che l'Amore da la
madre Penía ha ereditato l'esser arido, magro, pallido,
discalzo, summisso, senza letto e senza tetto. Per le quali
circonstanze vien significato il tormento ch'ha l'anima travagliata
da gli contrarii affetti.
      Tansillo. Cossí è; perché il spirito affetto di tal furore
viene da profondi pensieri distratto, martellato da cure
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urgenti, scaldato da ferventi desii, insoffiato da spesse
occasioni. Onde trovandosi l'anima suspesa, necessariamente
viene ad essere men diligente ed operosa al governo
del corpo per gli atti della potenza vegetativa. Quindi il
corpo è macilento, mal nodrito, estenuato, ha difetto de
sangue, copia di malancolici umori, li quali se non saranno
instrumenti de l'anima disciplinata o pure d'un spirito
chiaro e lucido, menano ad insania, stoltizia e furor brutale;
o al meno a certa poca cura di sé e dispreggio de
l'esser proprio, il qual vien significato da Platone per gli
piedi discalzi. Va summisso l'amore e vola come rependo
per la terra, quando è attaccato a cose basse; vola alto,
quando vien intento a piú generose imprese. In conclusione
ed a proposito, qualunque sia l'amore, sempre è travagliato
e tormentato di sorte che non possa mancar d'esser
materia nelle focine di Vulcano; perché l'anima essendo
cosa divina, e naturalmente non serva, ma signora della
materia corporale, viene a conturbarsi ancor in quel che
voluntariamente serve al corpo, dove non trova cosa che
la contente; e quantunque fissa nella cosa amata, sempre
gli aviene, che altre tanto vegna ad essagitarsi e fluttuar
in mezzo gli soffii de le speranze, timori, dubii, zeli, conscienze,
rimorsi, ostinazioni, pentimenti ed altri manigoldi
che son gli mantici, gli carboni, l'incudini, gli martelli,
le tenaglie ed altri stormenti che si ritrovano nella bottega
di questo sordido e sporco consorte di Venere.
      Cicada. Or assai è stato detto a questo proposito. Piacciavi
di veder che cosa séguita appresso.
Bruno Furori 1054-1055-1056-1057