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      Teofilo. Non vedemo, che de' peripatetici, come di platonici
anco, divideno la sustanza per la differenza di corporale
e incorporale? Come dunque queste differenze si
reducono alla potenza di medesimo geno, cossí bisogna che
le forme sieno di due sorte; perché alcune sono trascendenti,
cioè superiori al geno, che si chiamano principii,
come entità, unità, uno, cosa, qualche
cosa, e altri simili; altre son di certo geno distinte da
altro geno, come sustanzialità, accidentalità.
Quelle che sono de la prima maniera, non distingueno
la materia e non fanno altra e altra potenza di quella;
ma, come termini universalissimi che comprendono tanto
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le corporali, quanto le incorporali sustanze, significano
quella universalissima, comunissima e una de l'une e l'altre.
Appresso, «che cosa ne impedisce», disse Avicebron, «che,
sí come, prima che riconosciamo la materia de le forme
accidentali, che è il composto, riconoscemo la materia della
forma sustanziale, che è parte di quello; cossí, prima che
conosciamo la materia che è contratta ad esser sotto le forme
corporali, vegnamo a conoscere una potenza, la quale sia
distinguibile per la forma di natura corporea e de incorporea,
dissolubile e non dissolubile?». Ancora, se tutto quel che
è (cominciando da l'ente summo e supremo) ave un certo
ordine e fa una dependenza, una scala nella quale si monta
da le cose composte alle semplici, da queste alle semplicissime
e assolutissime per mezzi proporzionali e copulativi
e partecipativi de la natura de l'uno e l'altro estremo e,
secondo la raggione propria, neutri, non è ordine, dove
non è certa participazione, non è participazione dove non
si trova certa colligazione, non è colligazione senza qualche
partecipazione. È dunque necessario che de tutte cose che
sono sussistenti, sia uno principio di subsistenza. Giongi
a questo, che la raggione medesima non può fare che, avanti
qualsivoglia cosa distinguibile, non presuppona una cosa
indistinta (parlo di quelle cose, che sono, perché ente
e non ente non intendo aver distinzione reale, ma
vocale e nominale solamente). Questa cosa indistinta è
una raggione comune, a cui si aggionge la differenza e forma
distintiva. E certamente non si può negare che, sí come ogni
sensibile presuppone il soggetto della sensibilità, cossí ogni
intelligibile il soggetto della intelligibilità. Bisogna dunque
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che sia una cosa che risponde alla raggione comune de
l'uno e l'altro soggetto; perché ogni essenzia necessariamente
è fondata sopra qualche essere, eccetto che quella
prima, che è il medesimo con il suo essere, perché la sua
potenzia è il suo atto, perché è tutto quel che può essere,
come fu detto ieri. Oltre, se la materia (secondo gli adversarii
medesimi) non è corpo e precede, secondo la sua
natura, l'essere corporale, che dunque la può fare tanto
aliena da le sustanze dette incorporee? E non mancano
di peripatetici che dicono: sicome nelle corporee sustanze
si trova un certo che di formale e divino, cossí nelle divine
convien che sia un che di materiale, a fine che le cose inferiori
s'accomodino alle superiori e l'ordine de l'une dipenda
da l'ordine de l'altre. E li teologi, benché alcuni di quelli
siano nodriti ne l'aristotelica dottrina, non mi denno però
esser molesti in questo, se accettano esser piú debitori alla
lor Scrittura che alla filosofia e natural raggione. «Non
mi adorare», disse un de' loro angeli al patriarca Jacob,
«perché son tuo fratello». Or se costui che parla com'essi
intendeno, è una sostanza intellettuale e affirma col suo
dire, che quell'uomo e lui convegnano nella realità d'un
soggetto, stante qualsivoglia differenza formale, resta che
gli filosofi abbiano un oraculo di questi teologi per testimonio.
Bruno Causa 297-298-299