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      Smitho. Io, per certo, molto mi muovo da l'autorità
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del libro di Giobbe e di Mosè; e facilmente posso fermarmi
in questi sentimenti reali piú tosto che in metaforici ed
astratti: se non che, alcuni pappagalli d' Aristotele, Platone
ed Averroe, dalla filosofia de' quali son promossi poi ad
esser teologi, dicono che questi sensi son metaforici; e cossí,
in virtú de lor metafore, le fanno significare tutto quel che
gli piace, per gelosia della filosofia, nella quale son allevati.
      Teofilo. Or quanto siino costante queste metafore, lo
possete giudicar da questo, che la medesma Scrittura è in
mano di giudei, cristiani e mahumetisti, sette tanto differenti
e contrarie, che ne parturiscono altre innumerabili
contrariissime e differentissime; le quali tutte vi san trovare
quel proposito che gli piace e meglio gli vien comodo:
non solo il proposito diverso e differente, ma ancor tutto
il contrario, facendo di un sí un non, e di un non un sí,
come, verbigrazia, in certi passi, dove dicono che Dio parla
per ironia.
      Smitho. Lasciamo di giudicar questi. Son certo che a
loro non importa, che questo sii o non sii metafora; però
facilmente ne potranno far star in pace con nostra filosofia.
Bruno Cena 125-126