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      Dove dunque gli uomini divini parlano presupponendo
nelle cose naturali il senso comunmente ricevuto, non denno
servire per autorità; ma piú tosto dove parlano indifferentemente,
e dove il volgo non ha risoluzione alcuna, in
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quello voglio che s'abbia riguardo alle paroli degli uomini
divini, anco a gli entusiasmi di poeti, che con lume superiore
ne han parlato; e non prendere per metafora quel che
non è stato detto per metafora, e per il contrario prendere
per vero quel che è stato detto per similitudine. Ma questa
distinzione del metaforico e vero non tocca a tutti di volerla
comprendere, come non è dato ad ogniuno di posserla
capire. Or, se vogliamo voltar l'occhio della considerazione
a un libro contemplativo, naturale, morale e divino, noi
trovaremo questa filosofia molto faurita e favorevole.
Dico ad un Libro di Giob, quale è uno de' singularissimi
che si possan leggere, pieno d'ogni buona teologia, naturalità
e moralità, colmo di sapientissimi discorsi; che Mosè,
come un sacramento, ha congionto ai libri nella sua legge.
In quello un di personaggi, volendo descrivere la provida
potenza de Dio, disse quello formar la pace negli eminenti
suoi, cioè sublimi figli; che son gli astri, gli Dei, de' quali
altri son fuochi, altri sono acqui (come noi diciamo: altri
soli, altri terre); e questi concordano, perché, quantunque
siino contrarii, tutta via l'uno vive, si nutre e vegeta per
l'altro; mentre non si confondeno insieme, ma con certe
distanze gli uni si moveno circa gli altri. [>]
Bruno Cena 123-124