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      Ecco dunque, o miei pensieri, come di voi altri son
ubligati di rimanere alla cura di casa, ed altri possono
andar a procacciare altrove. Questa è legge di natura,
questa per conseguenza è legge dell'autore e principio della
natura. Peccate dunque, or che tutti, sedotti dalla vaghezza
de l'intelletto, lasciate al periglio de la morte l'altra parte
di me. Onde vi è nato questo malencolico e perverso umore
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di rompere le certe e naturali leggi de la vita vera che sta
nelle vostre mani, per una incerta e che non è se non in
ombra oltre gli limiti del fantastico pensiero? Vi par cosa
naturale che non vivano animale- ed umanamente, ma
divina-, se elli non sono dei ma uomini ed animali?
      È legge del fato e della natura che ogni cosa s'adopre
secondo la condizion de l'esser suo. Perché, dunque, mentre
perseguitate il nettare avaro de gli dei, perdete il vostro
presente e proprio, affligendovi forse sotto la vana speranza
de l'altrui? Credete che non si debba sdegnar la
natura di donarvi l'altro bene, se quello che presentaneamente
v'offre, tanto stoltamente dispreggiate?
Sdegnarà il ciel dar il secondo bene
A chi 'l primiero don caro non tiene.

      Con queste e simili raggioni l'anima, prendendo la causa
de la parte piú inferna, cerca de richiamar gli pensieri
alla cura del corpo. Ma quelli, benché al tardi, vegnono
a mostrarsegli non già di quella forma con cui si partîro,
ma sol per dechiarargli la sua ribellione, e forzarla tutta a
seguitarli. Là onde in questa forma si lagna la dolente:
      Ahi, cani d'Atteon, o fiere ingrate,
Che drizzai al ricetto de mia diva,
E voti di speranza mi tornate,
Anzi venendo a la materna riva,
      Tropp'infelice fio mi riportate:
Mi sbranate, e volete ch'i' non viva.
Lasciami, vita, ch'al mio sol rimonte,
Fatta gemino rio senz'il mio fonte!

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      Quando il mio pondo greve
Converrà che natura mi disciolga?
Quand'avverrà ch'anch'io da qua mi tolga,
      E ratto l'alt'oggetto mi sulleve?
E insieme col mio core
E i communi pulcini ivi dimore?

      Vogliono gli platonici che l'anima, quanto alla parte
superiore, sempre consista ne l'intelletto, dove ha raggione
d'intelligenza piú che de anima; atteso che anima è nomata
per quanto vivifica il corpo e lo sustenta. Cossí qua la
medesima essenza che nodrisce e mantiene li pensieri in
alto, insieme col magnificato cuore se induce dalla parte
inferiore contristarsi e richiamar quelli come ribelli.
      Cicada. Sí che non sono due essenze contrarie, ma una
suggetta a doi termini di contrarietade?
      Tansillo. Cossí è a punto. Come il raggio del sole il
quale quindi tocca la terra ed è gionto a cose inferiori ed
oscure, che illustra, vivifica ed accende; indi è gionto a
l'elemento del fuoco, cioè a la stella da cui procede, ha
principio, è diffuso ed in cui ha propria ed originale sussistenza;
cossí l'anima che è nell'orizonte della natura corporea
ed incorporea, ha con che s'inalze alle cose superiori
ed inchine a cose inferiori. E ciò puoi vedere non accadere
per raggion ed ordine di moto locale, ma solamente per
appulso d'una e d'un'altra potenza o facultade. Come
quando il senso monta all'imaginazione, l'imaginazione
alla raggione, la raggione a l'intelletto, l'intelletto a la
mente, allora l'anima tutta si converte in Dio ed abita il
mondo intelligibile. Onde per il contrario descende per
conversion al mondo sensibile per via de l'intelletto, raggione,
imaginazione, senso, vegetazione.
Bruno Furori 1020-1021-1022