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      Teofilo. Volentieri. Quella relazione e riguardo che ha
la forma de l'arte alla sua materia, medesma (secondo la
debita proporzione) ha la forma della natura alla sua materia.
Sí come dunque ne l'arte, variandosi in infinito (se
possibil fosse) le forme, è sempre una materia medesima
che persevera sotto quelle; come, appresso, la forma de l'arbore
è una forma di tronco, poi di trave, poi di tavola, poi
di scanno, poi di scabello, poi di cascia, poi di pettine e cossí
va discorrendo, tuttavolta l'esser legno sempre persevera;
non altrimente nella natura, variandosi in infinito e succedendo
l'una a l'altra le forme, è sempre una materia medesma.
      Gervasio. Come si può saldar questa similitudine?
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      Teofilo. Non vedete voi che quello che era seme si fa
erba, e da quello che era erba si fa spica, da che era spica
si fa pane, da pane chilo, da chilo sangue, da questo seme,
da questo embrione, da questo uomo, da questo cadavero,
da questo terra, da questa pietra o altra cosa, e cossí oltre,
per venire a tutte forme naturali?
      Gervasio. Facilmente il veggio.
      Teofilo. Bisogna dunque che sia una medesima cosa
che da sé non è pietra, non terra, non cadavero, non uomo,
non embrione, non sangue o altro; ma che, dopo che era
sangue, si fa embrione, ricevendo l'essere embrione; dopo
che era embrione, riceva l'essere uomo, facendosi omo;
come quella formata dalla natura, che è soggetto de la
arte, da quel che era arbore, è tavola, e riceve esser tavola;
da quel che era tavola, riceve l'esser porta, ed è porta.
      Gervasio. Or l'ho capito molto bene. Ma questo soggetto
della natura mi par che non possa esser corpo, né di certa
qualità; perché questo, che va strafugendo or sotto una
forma ed essere naturale, or sotto un'altra forma ed essere,
non si dimostra corporalmente, come il legno o pietra,
che sempre si fan veder quel che sono materialmente, o
soggettivamente pongansi pure sotto qual forma si voglia.
      Teofilo. Voi dite bene.
      Gervasio. Or che farò quando mi avverrà di conferir
questo pensiero con qualche pertinace, il quale non voglia
credere che sia cossí una sola materia sotto tutte le formazioni
della natura, come è una sotto tutte le formazioni
di ciascuna arte? Perché questa che si vede con gli occhi,
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non si può negare; quella che si vede con la raggione sola,
si può negare.
      Teofilo. Mandatelo via, o non gli rispondete.
      Gervasio. Ma se lui sarà importuno in dimandarne evidenza,
e sarà qualche persona di rispetto, il quale non si
possa piú tosto mandar via che mandarmi via, e che abbia
per ingiuria ch'io non li risponda?
      Teofilo. Che farai, se un cieco semideo, degno di qualsivoglia
onor e rispetto, sarà protervo, importuno e pertinace
a voler aver cognizione e dimandar evidenza di colori,
di' pure, de le figure esteriori di cose naturali, come è
dire: quale è la forma de l'arbore? quale è la forma de
monti? di stella? oltre, quale è la forma de la statua, de
la veste? e cossí di altre cose arteficiali, le quali a quei
che vedeno son tanto manifeste?
      Gervasio. Io li risponderei che, se lui avesse occhi, non
ne dimandarebe evidenza, ma le potrebe veder da per lui;
ma, essendo cieco, è anco impossibile che altri gli le dimostri.
      Teofilo. Similmente potrai dire a costoro, che, se avessero
intelletto, non ne dimanderebono altra evidenza; ma
la potrebono veder da per essi.
      Gervasio. Di questa risposta quelli si vergognarebono,
e altri la stimarebono troppa cinica.
Bruno Causa 266-267-268