— 1017 —
      Cicada. Che intendete per questo ultimamente detto?
      Tansillo. Intendo che non è la figura o la specie sensibilmente
o intelligibilmente representata, la quale per sé
muove; perché mentre alcuno sta mirando la figura manifesta
a gli occhi, non viene ancora ad amare; ma da quello
instante che l'animo concipe in se stesso quella figurata non
— 1018 —
piú visibile ma cogitabile, non piú dividua ma individua,
non piú sotto specie di cosa, ma sotto specie di buono o
bello, allora subito nasce l'amore. Or questo è quel vedere
dal quale l'anima vorrebbe divertir gli occhi de suoi pensieri.
Qua la vista suole promuovere l'affetto ad amar piú
che non è quel che vede; perché, come poco fa ho detto,
sempre considera (per la notizia universale che tiene del
bello e buono) che, oltre li gradi della compresa specie de
buono e bello, sono altri ed altri in infinito.
      Cicada. Onde procede che dopo che siamo informati
de la specie del bello la quale è conceputa nell'animo,
pure desideriamo di pascere la vista esteriore?
      Tansillo. Da quel che l'animo vorrebbe sempre amare
quel che ama, vuol sempre vedere quel che vede. Però
vuole che quella specie, che gli è stata parturita dal vedere,
non vegna ad attenuarsi, snervarsi e perdersi. Vuol dunque
sempre oltre ed oltre vedere, perché quello che potrebe
oscurarsi nell'affetto interiore, vegna spesso illustrato dall'
aspetto esteriore; il quale come è principio de l'essere,
bisogna che sia principio del conservare. Proporzionalmente
accade ne l'atto de l'intendere e considerare; perché
come la vista si referisce alle cose visibili, cossí l'intelletto
alle cose intelligibili. Credo dunque ch'intendiate a che fine
ed in che modo l'anima intenda quando dice: reprimete
il vedere
.
      Cicada. Intendo molto bene. Or seguitate a riportar
quel ch'avvenne di questi pensieri.
      Tansillo. Séguita la querela de la madre contra gli detti
figli li quali, per aver contra l'ordinazion sua aperti gli
— 1019 —
occhi, ed affissigli al splendor de l'oggetto, erano rimasi
in compagnia del core. Dice dunque:
      E voi ancor, a me figli crudeli,
Per piú inasprir mia doglia, mi lasciaste,
E perché senza fin piú mi quereli,
Ogni mia spene con voi n'amenaste.
      A che il senso riman, o avari cieli?
A che queste potenze tronche e guaste,
Se non per farmi materia ed essempio
De sí grave martir, sí lungo scempio?
      Deh, per Dio, cari figli,
Lasciate pur mio fuoco alato in preda,
E fate ch'io di voi alcun riveda
      Tornato a me da que' tenaci artigli. -
Lassa, nessun riviene
Per tardo refrigerio de mie pene.

      Eccomi misera, priva del core, abandonata da gli pensieri,
lasciata da la speranza, la qual tutta avevo fissa in
essi. Altro non mi rimane che il senso della mia povertà,
infelicità e miseria. E perché non son oltre lasciata da
questo? perché non mi soccorre la morte, ora che son priva
de la vita? A che mi trovo le potenze naturali prive de gli
atti suoi? Come potrò io sol pascermi di specie intelligibili,
come di pane intellettuale, se la sustanza di questo
supposito è composta? Come potrò io trattenirmi nella
domestichezza di queste amiche e care membra, che m'ho
intessute in circa, contemprandole con la simmetria de le
qualitadi elementari, se mi abandonano gli miei pensieri
tutti ed affetti, intenti verso la cura del pane immateriale
e divino? Su, su, o miei fugaci pensieri, o mio rubelle
cuore: viva il senso di cose sensibili e l'intelletto de cose
— 1020 —
intelligibili. Soccorrasi al corpo con la materia e suggetto
corporeo, e l'intelletto con gli suoi oggetti s'appaghe;
a fin che conste questa composizione, non si dissolva questa
machina, dove per mezzo del spirito l'anima è unita al corpo.
Come, misera, per opra domestica piú tosto che per esterna
violenza, ho da veder quest'orribil divorzio ne le mie parti
e membra? Perché l'intelletto s'impaccia di donar legge
al senso e privarlo de suoi cibi? e questo, per il contrario,
resiste a quello, volendo vivere secondo gli proprii e non
secondo l'altrui statuti? Perché questi e non quelli possono
mantenerlo e bearlo, percioché deve essere attento alla sua
comoditade e vita, non a l'altrui. Non è armonia e concordia
dove è unità, dove un essere vuol assorbir tutto
l'essere; ma dove è ordine ed analogia di cose diverse;
dove ogni cosa serva la sua natura. Pascasi dunque il senso
secondo la sua legge de cose sensibili, la carne serva alla
legge de la carne, il spirito alla legge del spirito, la raggione
a la legge de la raggione: non si confondano, non si conturbino.
Basta che uno non guaste o pregiudiche alla legge de
l'altro, se non è giusto che il senso oltragge alla legge della
raggione. È pur cosa vituperosa che quella tirannegge su
la legge di questo, massime dove l'intelletto è piú peregrino
e straniero, ed il senso è piú domestico e come in
propria patria.
Bruno Furori 1017-1018--1019-1020