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      Cicada. Prima che procediate ad altro, vorrei intender
da voi, che è quello che intende l'anima quando dice a gli
pensieri: il vedere reprimete sí forte?
      Tansillo. Ti dirò. Ogni amore procede dal vedere:
l'amore intelligibile dal vedere intelligibilmente; il sensibile
dal vedere sensibilmente. Or questo vedere ha due
significazioni: perché o significa la potenza visiva, cioè la
vista, che è l'intelletto, overamente senso; o significa
l'atto di quella potenza, cioè quell'applicazione che fa
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l'occhio o l'intelletto a l'oggetto materiale o intellettuale.
Quando dunque si consegliano gli pensieri di reprimere il
vedere, non s'intende del primo modo, ma del secondo;
perché questo è il padre della seguente affezione de l'appetito
sensitivo o intellettivo.
      Cicada. Questo è quello ch'io volevo udir da voi. Or
se l'atto della potenza visiva è causa del male o bene che
procede dal vedere, onde avviene che amiamo e desideramo
di vedere? Ed onde avviene che nelle cose divine
abbiamo piú amore che notizia?
      Tansillo. Desideriamo il vedere, perché in qualche
modo veggiamo la bontà del vedere, perché siamo informati
che per l'atto del vedere le cose belle s'offreno:
però desideramo quell'atto perché desideriamo le cose
belle.
      Cicada. Desideriamo il bello e buono; ma il vedere
non è bello, né buono, anzi piú tosto quello è paragone
o luce per cui veggiamo non solamente il bello e buono,
ma anco il rio e brutto. Però mi pare ch'il vedere tanto
può esser bello o buono, quanto la vista può esser bianco
o nero: se dunque la vista (la quale è atto) non è bello né
buono, come può cadere in desiderio?
      Tansillo. Se non per sé, certamente per altro è desiderata,
essendo che l'apprension di quell'altro senza lei non
si faccia.
      Cicada. Che dirai, se quell'altro non è in notizia di senso,
né d'intelletto? Come, dico, può esser desiderato almanco
d'esser visto, se di esso non è notizia alcuna, se verso quello
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né l'intelletto, né il senso ha esercitato atto alcuno, anzi
è in dubio se sia intelligibile o sensibile, se sia cosa corporea
o incorporea, se sia uno o doi o piú, d'una o d'un'altra
maniera?
      Tansillo. Rispondo che nel senso e l'intelletto è un
appetito ed appulso al sensibile in generale; perché l'intelletto
vuol intender tutto il vero, perché s'apprenda poi
tutto quello che è bello o buono intelligibile: la potenza
sensitiva vuol informarsi de tutto il sensibile, perché s'apprenda
poi quanto è buono o bello sensibile. Indi aviene
che non meno desideramo vedere le cose ignote e mai viste,
che le cose conosciute e viste. E da questo non séguita
ch'il desiderio non proceda da la cognizione, e che qualche
cosa desideriamo che non è conosciuta; ma dico che sta
pur rato e fermo che non desideriamo cose incognite. Perché
se sono occolte quanto all'esser particulare, non sono occolte
quanto a l'esser generale; come in tutta la potenza
visiva si trova tutto il visibile in attitudine, nella intellettiva
tutto l'intelligibile. Però come ne l'attitudine è l'inclinazione
a l'atto, aviene che l'una e l'altra potenza è
inchinata a l'atto in universale, come a cosa naturalmente
appresa per buona. Non parlava dunque a sordi o ciechi
l'anima, quando consultava con suoi pensieri de reprimere
il vedere, il quale quantunque non sia causa prossima del
volere è però causa prima e principale.
Bruno Furori 1015-1016-1017