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      Cicada. Dicono gli platonici due sorte de nodi con gli
quali l'anima è legata al corpo. L'uno è certo atto vivifico
che da l'anima come un raggio scende nel corpo; l'altro
è certa qualità vitale che da quell'atto risulta nel corpo.
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Or questo numero nobilissimo movente, ch'è l'anima,
come intendete che sia disciolto da l'ignobil numero,
ch'è il corpo?
      Tansillo. Certo non s'intendeva secondo alcun modo
di questi; ma secondo quel modo con cui le potenze che
non son comprese e cattivate nel grembo de la materia,
e qualche volta come sopite ed inebriate si trovano quasi
ancora esse occupate nella formazion della materia e vivificazion
del corpo; talor come risvegliate e ricordate di se
stesse, riconoscendo il suo principio e geno, si voltano alle
cose superiori, si forzano al mondo intelligibile, come al
natio soggiorno; quali tal volta da là, per la conversione
alle cose inferiori, si son trabalsate sotto il fato e termini
della generazione. Questi doi appolsi son figurati nelle due
specie de metamorfosi espresse nel presente articolo che
dice:
      Quel dio che scuote il folgore sonoro,
Asterie vedde furtivo aquilone,
Mnemosine pastor, Danae oro,
Alcmena pesce, Antiopa caprone;
      Fu di Cadmo a le suore bianco toro,
A Leda cigno, a Dolide dragone:
Io per l'altezza de l'oggetto mio
Da suggetto piú vil dovegno un dio.

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      Fu cavallo Saturno,
Nettun delfin, e vitello si tenne
Ibi, e pastor Mercurio dovenne,
      Un'uva Bacco, Apollo un corvo fûrno;
Ed io, mercé d'amore,
Mi cangio in dio da cosa inferiore.

      Nella natura è una revoluzione ed un circolo per cui,
per l'altrui perfezione e soccorso, le cose superiori s'inchinano
all'inferiori, e per propria eccellenza e felicitade
le cose inferiori s'inalzano alle superiori. Però vogliono i
pitagorici e platonici esser donato a l'anima, ch'a certi
tempi non solo per spontanea voluntà, la qual le rivolta
alla comprension de le nature; ma ed anco della necessità
d'una legge interna scritta e registrata dal decreto fatale
vanno a trovar la propria sorte giustamente determinata.
E dicono che l'anime non tanto per certa determinazione
e proprio volere, come ribelle, declinano dalla divinità,
quanto per certo ordine per cui vegnono affette verso la
materia: onde, non come per libera intenzione, ma come
per certa occolta conseguenza vegnono a cadere. E questa
è l'inclinazion ch'hanno alla generazione, come a certo
minor bene. (Minor bene dico, per quanto appartiene a
quella natura particolare; non già per quanto appartiene
alla natura universale, dove niente accade senza ottimo
fine che dispone il tutto secondo la giustizia). Nella qual
generazione ritrovandosi (per la conversione che vicissitudinalmente
succede) de nuovo ritornano a gli abiti superiori.
      Cicada. Sí che vogliono costoro che l'anime sieno spinte
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dalla necessità del fato, e non hanno proprio consiglio che
le guide a fatto?
      Tansillo. Necessità, fato, natura, consiglio, voluntà
nelle cose giustamente e senza errore ordinate, tutti concorreno
in uno. Oltre che, come riferisce Plotino, vogliono
alcuni che certe anime possono fuggir quel proprio male,
le quali prima che se gli confirme l'abito corporale, conoscendo
il periglio, rifuggono alla mente. Perché la mente
l'inalza alle cose sublimi, come l'imaginazion l'abbassa
alle cose inferiori; la mente le mantiene nel stato ed identità
come l'imaginazione nel moto e diversità; la mente sempre
intende uno, come l'imaginazione sempre vassi fingendo
varie imagini. In mezzo è la facultà razionale la quale è
composta de tutto, come quella in cui concorre l'uno con
la moltitudine, il medesimo col diverso, il moto col stato,
l'inferiore col superiore.
      Or questa conversione e vicissitudine è figurata nella
ruota delle metamorfosi, dove siede l'uomo nella parte
eminente, giace una bestia al fondo, un mezzo uomo e
mezzo bestia descende dalla sinistra, ed un mezzo bestia
e mezzo uomo ascende de la destra. Questa conversione si
mostra dove Giove, secondo la diversità de affetti e maniere
di quelli verso le cose inferiori, s'investisce de diverse
figure, dovenendo in forma de bestie; e cossí gli altri dei
transmigrano in forme basse ed aliene. E per il contrario,
per sentimento della propria nobiltà, ripigliano la propria
e divina forma: come il furioso eroico, inalzandosi per la
conceputa specie della divina beltà e bontade, con l'ali de
l'intelletto e voluntade intellettiva s'inalza alla divinitade,
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lasciando la forma de suggetto piú basso. E però
disse: Da suggetto piú vil dovegno un
Dio, Mi cangio in Dio da cosa inferiore
.
Fine del terzo dialogo.

Bruno Furori 1000-1001-1002-1003-1004