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      Colmato il Vico di tanto onore, non ebbe cosa al mondo
piú da sperare; onde per l'avvanzata etá, logora da tante fatighe,
afflitta da tante domestiche cure e tormentata da spasimosi
dolori nelle cosce e nelle gambe e da uno stravagante male che
gli ha divorato quasi tutto ciò ch'è al di dentro tra l'osso inferior
della testa e 'l palato, rinnonziò affatto agli studi. Ed al
padre Domenico Lodovici, incomparabile latin poeta elegiaco
e di candidissimi costumi, donò il manoscritto delle annotazioni
scritte alla Scienza nuova prima con la seguente iscrizione:

Al Tibullo cristiano - padre Domenico Lodovici - questi - dell'
infelice Scienza Nuova - miseri - e per terra e per mare
sbattuti - avvanzi - dalla continova tempestosa fortuna - aggitato
ed afflitto - come ad ultimo sicuro porto - Giambattista
Vico - lacero e stanco - finalmente ritragge
.

      Egli nel professare la sua facultá fu interessatissimo del
profitto de' giovani, e, per disingannargli o non fargli cadere
negl'inganni de' falsi dottori, nulla curò di contrarre l'inimicizie
de' dotti di professione. Non ragionò mai delle cose dell'eloquenza
se non in séguito della sapienza, dicendo che l'eloquenza
altro non è che la sapienza che parla, e perciò la sua cattedra
esser quella che doveva indirizzare gl'ingegni e fargli universali,
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e che l'altre attendevano alle parti, questa doveva insegnare
l'intiero sapere, per cui le parti ben si corrispondan tra
loro e ben s'intendan nel tutto. Onde d'ogni particolar materia
dintorno al ben parlare discorreva talmente ch'ella fusse animata,
come da uno spirito, da tutte quelle scienze ch'avevan con
quella rapporto: ch'era ciò ch'aveva scritto nel libro De ratione
studiorum
, ch'un Platone, per cagion di chiarissimo esemplo,
appo gli antichi era una nostra intiera universitá di studi tutta
in un sistema accordata. Talché ogni giorno ragionava con tal
splendore e profonditá di varia erudizione e dottrina, come se
si fussero portati nella sua scuola chiari letterati stranieri ad
udirlo. Egli peccò nella collera, della quale guardossi a tutto
poter nello scrivere; ed in ciò confessava pubblicamente esser
difettuoso: che con maniere troppo risentite inveiva contro o gli
errori d'ingegno o di dottrina o 'l mal costume de' letterati suoi
emoli, che doveva con cristiana caritá e da vero filosofo o dissimulare
o compatirgli. Però quanto fu acre contro coloro i quali
proccuravano di scemargliele, tanto fu ossequioso inverso quelli
che di esso e delle sue opere facevano giusta stima, i quali
sempre furono i migliori e gli piú dotti della cittá. De' mezzi
o falsi, e gli uni e gli altri perché cattivi dotti, la parte piú
perduta il chiamava pazzo, o con vocaboli alquanto piú civili,
il dicevano essere stravagante e d'idee singolari od oscuro. La
parte piú maliziosa l'oppresse con queste lodi: altri dicevano
che 'l Vico era buono ad insegnar a' giovani dopo aver fatto
tutto il corso de' loro studi, cioè quando erano stati da essi giá
resi appagati del lor sapere, come se fusse falso quel voto di
Quintiliano, il qual desiderava ch'i figliuoli de' grandi, come
Alessandro Magno, da bambini fussero messi in grembo agli
Aristotili; altri s'avvanzavano ad una lode quanto piú grande
tanto piú rovinosa: ch'egli valeva a dar buoni indirizzi ad essi
maestri. Ma egli tutte queste avversitá benediceva come occasioni
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per le quali esso, come a sua alta inespugnabil ròcca, si
ritirava al tavolino per meditar e scriver altre opere, le quali
chiamava «generose vendette de' suoi detrattori»; le quali finalmente
il condussero a ritruovare la Scienza nuova. Dopo la quale,
godendo vita, libertá ed onore, si teneva per piú fortunato di
Socrate, del quale, faccendo menzione il buon Fedro, fece quel
magnanimo voto:
cuius non fugio mortem, si famam assequar,
et cedo invidiae, dummodo absolvar cinis.

Vico Aut 77-78-79