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      L'amor suo qua è a fatto eroico e divino; e per tale
voglio intenderlo, benché per esso si dica suggetto a tanti
martíri; perché ogni amante, ch'è disunito e separato da
la cosa amata (alla quale com'è congionto con l'affetto,
vorrebe essere con l'effetto), si trova in cordoglio e pena,
si crucia e si tormenta: non già perché ami, atteso che
degnissima- e nobilissimamente sente impiegato l'amore;
ma perché è privo di quella fruizione la quale ottenerebbe
se fusse gionto a quel termine al qual tende. Non dole per
il desio che l'avviva, ma per la difficultà del studio ch'il
martora. Stiminlo dunque altri a sua posta infelice per
questa apparenza de rio destino, come che l'abbia condannato
a cotai pene; perché egli non lasciarà per tanto
de riconoscer l'obligo ch'ave ad Amore, e rendergli grazie,
perché gli abbia presentato avanti gli occhi de la mente
una specie intelligibile, nella quale in questa terrena vita,
rinchiuso in questa priggione de la carne, ed avvinto da
questi nervi, e confirmato da queste ossa, li sia lecito di
contemplar piú altamente la divinitade, che se altra specie
e similitudine di quella si fusse offerta.
      Cicada. Il divo dunque e vivo oggetto,
ch'ei dice, è la specie intelligibile piú alta che egli s'abbia
possuto formar della divinità; e non è qualche corporal
bellezza che gli adombrasse il pensiero, come appare in
superficie del senso?
      Tansillo. Vero, perché nessuna cosa sensibile, né specie
di quella, può inalzarsi a tanta dignitade.
      Cicada. Come dunque fa menzione di quella specie per
oggetto, se, come mi pare, il vero oggetto è la divinità
istessa?
      Tansillo. La è oggetto finale, ultimo e perfettissimo,
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non già in questo stato dove non possemo veder Dio se non
come in ombra e specchio; e però non ne può esser oggetto
se non in qualche similitudine; non tale qual possa esser
abstratta ed acquistata da bellezza ed eccellenza corporea
per virtú del senso; ma qual può esser formata nella mente
per virtú de l'intelletto. Nel qual stato ritrovandosi, viene
a perder l'amore ed affezion d'ogni altra cosa tanto sensibile
quanto intelligibile; perché questa congionta a quel lume
dovien lume essa ancora, e per consequenza si fa un Dio:
perché contrae la divinità in sé, essendo ella in Dio per
la intenzione con cui penetra nella divinità (per quanto
si può), ed essendo Dio in ella, per quanto dopo aver penetrato
viene a conciperla e (per quanto si può) a ricettarla
e comprenderla nel suo concetto. Or di queste specie e
similitudini si pasce l'intelletto umano da questo mondo
inferiore, sin tanto che non gli sia lecito de mirar con piú
puri occhi la bellezza della divinitade. Come accade a colui
che è gionto a qualch'edificio eccellentissimo ed ornatissimo,
mentre va considerando cosa per cosa in quello, si
aggrada, si contenta, si pasce d'una nobil maraviglia;
ma se avverrà poi che vegga il signor di quelle imagini,
di bellezza incomparabilmente maggiore, lasciata ogni cura
e pensiero di esse, tutto è volto ed intento a considerar
quell'uno. Ecco dunque come è differenza in questo stato
dove veggiamo la divina bellezza in specie intelligibili tolte
da gli effetti, opre, magisteri, ombre e similitudini di quella;
ed in quell'altro stato dove sia lecito di vederla in propria
presenza.
      Dice appresso: Pascomi d'alt'impresa,
perché (come notano gli pitagorici) cossí l'anima si versa
e muove circa Dio, come il corpo circa l'anima.
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      Cicada. Dunque, il corpo non è luogo de l'anima?
      Tansillo. Non; perché l'anima non è nel corpo localmente,
ma come forma intrinseca e formatore estrinseco;
come quella che fa gli membri, e figura il composto da dentro
e da fuori. Il corpo dunque è ne l'anima, l'anima nella mente,
la mente o è Dio, o è in Dio, come disse Plotino: cossí
come per essenza è in Dio che è la sua vita, similmente per
l'operazione intellettuale e la voluntà conseguente dopo
tale operazione, si referisce alla sua luce e beatifico oggetto.
Degnamente dunque questo affetto de l'eroico furore si
pasce de sí alta impresa. Né per questo che l'obietto è infinito,
in atto simplicissimo, e la nostra potenza intellettiva
non può apprendere l'infinito se non in discorso, o
in certa maniera de discorso, com'è dire in certa raggione
potenziale o aptitudinale, è come colui che s'amena a la
consecuzion de l'immenso onde vegna a constituirse un
fine dove non è fine.
Bruno Furori 995-996-997