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      Tutti gli amori (se sono eroici e non son puri animali,
che chiamano naturali e cattivi alla generazione, come
instrumenti de la natura in certo modo) hanno per oggetto
la divinità, tendeno alla divina bellezza, la quale prima
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si comunica all'anime e risplende in quelle; e da quelle
poi o, per dir meglio, per quelle poi si comunica alli corpi;
onde è che l'affetto ben formato ama gli corpi o la corporal
bellezza, per quel che è indice della bellezza del spirito.
Anzi quello che n'innamora del corpo è una certa spiritualità
che veggiamo in esso, la qual si chiama bellezza;
la qual non consiste nelle dimensioni maggiori o minori,
non nelli determinati colori o forme, ma in certa armonia
e consonanza de membri e colori. Questa mostra certa
sensibile affinità col spirito a gli sensi piú acuti e penetrativi;
onde séguita che tali piú facilmente ed intensamente
s'innamorano; ed anco piú facilmente si disamorano, e
piú intensamente si sdegnano, con quella facilità ed intensione,
che potrebbe essere nel cangiamento del spirito
brutto, che in qualche gesto ed espressa intenzione si faccia
aperto; di sorte che tal bruttezza trascorre da l'anima al
corpo, a farlo non apparir oltre come gli apparia bello.
La beltà dunque del corpo ha forza d'accendere, ma non
già di legare e far che l'amante non possa fuggire, se la
grazia, che si richiede nel spirito, non soccorre, come la
onestà, la gratitudine, la cortesia, l'accortezza. Però dissi
bello quel fuoco che m'accese, perché ancor fu nobile
il laccio che m'annodava.
      Cicada. Non creder sempre cossí, Tansillo; perché qualche
volta, quantunque discuopriamo vizioso il spirito, non
lasciamo però di rimaner accesi ed allacciati; di maniera
che, quantunque la raggion veda il male ed indignità di
tale amore, non ha però efficacia d'alienar il disordinato
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appetito. Nella qual disposizion credo che fusse il Nolano,
quando disse:
      Oimè, che son constretto dal furore
D'appigliarmi al mio male,
Ch'apparir fammi un sommo ben Amore.
Lasso, a l'alma non cale,
Ch'a contrarii consigli unqua ritenti;
E del fero tiranno,
Che mi nodrisce in stenti,
E poté pormi da me stesso in bando,
Piú che di libertade i' son contento.
Spiego le vele al vento,
Che mi suttraga a l'odioso bene,
E tempestoso al dolce danno amene.

      Tansillo. Questo accade, quando l'uno e l'altro spirto
è vizioso e son tinti come di medesimo inchiostro, atteso
che dalla conformità si suscita, accende e si confirma l'amore.
Cossí gli viziosi facilmente concordano in atti di
medesimo vizio. E non voglio lasciar de dire ancora quel
che per esperienza conosco: che quantunque in un animo
abbia discuoperti vizii molto abominati da me, com'è
dire una sporca avarizia, una vilissima ingordiggia sul danaio,
irreconoscenza di ricevuti favori e cortesie, un amor
di persone al tutto vili (de quali vizii quest'ultimo massime
dispiace, perché toglie la speranza a l'amante, che per
esser egli, o farsi, piú degno, possa da lei esser piú accettato);
tutta volta non mancava ch'io ardesse per la beltà corporale.
Ma che? io l'amavo senza buona volontà, essendo
che non per questo m'arrei piú contristato che allegrato
delle sue disgrazie ed infortunii.
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      Cicada. Però è molto propria ed a proposito quella
distinzion che fanno intra l'amare e voler bene.
      Tansillo. È vero; perché a molti vogliamo bene, cioè
desideramo che siano savii e giusti, ma non le amiamo,
perché sono iniqui ed ignoranti; molti amiamo, perché
son belli, ma non gli vogliamo bene, perché non meritano.
E tra l'altre cose che stima l'amante quello non meritare,
la prima è d'essere amato; e però benché non possa astenersi
d'amare, niente di meno gli ne rincresce e mostra il
suo rincrescimento, come costui che diceva: Oimé,
ch'io son costretto dal furore D'appigliarmi
al mio male
. In contraria disposizione
fu, o per altro oggetto corporale in similitudine, o per
suggetto divino in verità, quando disse:
      Bench'a tanti martir mi fai suggetto,
Pur ti ringrazio, e assai ti deggio, Amore,
Che con sí nobil piaga apriste il petto,
E tal impadroniste del mio core,
      Per cui fia ver, ch'un divo e viv'oggetto,
De Dio piú bella imago 'n terra adore;
Pensi chi vuol ch'il mio destin sia rio,
Ch'uccid'in speme e fa viv'in desio.
      Pascomi in alta impresa;
E bench'il fin bramato non consegua,
E 'n tanto studio l'alma si dilegua;
      Basta che sia sí nobilment'accesa;
Basta ch'alto mi tolsi,
E da l'ignobil numero mi sciolsi.

Bruno Furori 991-992-993-994