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Ma è un calor acceso dal sole intelligenziale
ne l'anima e impeto divino che gl'impronta l'ali; onde
piú e piú avvicinandosi al sole intelligenziale, rigettando la
ruggine de le umane cure, dovien un oro probato e puro,
ha sentimento della divina ed interna armonia, concorda
gli suoi pensieri e gesti con la simmetria della legge insita
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in tutte le cose. Non come inebriato da le tazze di Circe
va cespitando ed urtando or in questo, or in quell'altro
fosso, or a questo or a quell'altro scoglio; o come
un Proteo vago or in questa, or in quell'altra faccia
cangiandosi, giamai ritrova loco, modo, né materia di
fermarsi e stabilirsi. Ma senza distemprar l'armonia
vince e supera gli orrendi mostri; e per tanto che vegna
a dechinare, facilmente ritorna al sesto con quelli intimi
instinti, che come nove muse saltano e cantano
circa il splendor dell'universale Apolline; e sotto l'imagini
sensibili e cose materiali va comprendendo divini
ordini e consegli. È vero che tal volta avendo per fida
scorta l'amore, ch'è gemino, e perché tal volta per occorrenti
impedimenti si vede defraudato dal suo sforzo, allora
come insano e furioso mette in precipizio l'amor di quello
che non può comprendere; onde confuso da l'abisso della
divinità tal volta dismette le mani, e poi ritorna pure a
forzarsi con la voluntade verso là dove non può arrivare
con l'intelletto. È vero pure che ordinariamente va spasseggiando,
ed ora piú in una, or piú in un'altra forma del
gemino Cupido si trasporta; perché la lezion principale
che gli dona Amore, è che in ombra contemple (quando
non puote in specchio) la divina beltade; e come gli proci
di Penelope s'intrattegna con le fante, quando non gli
lice conversar con la padrona. Or dunque, per conchiudere,
possete da quel ch'è detto, comprendere qual sia questo
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furioso di cui l'imagine ne vien messa avanti, quando
si dice:
      Se la farfalla al suo splendor ameno
Vola, non sa ch'è fiamma al fin discara;
Se, quand'il cervio per sete vien meno,
Al rio va, non sa della freccia amara;
      S'il lioncorno corre al casto seno,
Non vede il laccio che se gli prepara.
I'al lume, al fonte, al grembo del mio bene,
Veggio le fiamme, i strali e le catene.
      S'è dolce il mio languire,
Perché quell'alta face sí m'appaga,
Perché l'arco divin sí dolce impiaga,
      Perché in quel nodo è avvolto il mio desire,
Mi fien eterni impacci
Fiamme al cor, strali al petto, a l'alma lacci.

      Dove dimostra l'amor suo non esser come de la farfalla,
del cervio e del lioncorno, che fuggirebono s'avesser giudizio
del fuoco, della saetta e de gli lacci, e che non han
senso d'altro che del piacere; ma vien guidato da un sensatissimo
e pur troppo oculato furore, che gli fa amare
piú quel fuoco che altro refrigerio, piú quella piaga che
altra sanità, piú que' legami che altra libertade. Perché
questo male non è absolutamente male; ma per certo rispetto
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al bene secondo l'opinione, e falso, quale il vecchio
Saturno ha per condimento nel devorar che fa de proprii
figli. Perché questo male absolutamente ne l'occhio de
l'eternitade è compreso o per bene, o per guida che ne conduce
a quello; atteso che questo fuoco è l'ardente desio
de le cose divine, questa saetta è l'impression del raggio
della beltade della superna luce, questi lacci son le specie
del vero che uniscono la nostra mente alla prima verità,
e le specie del bene che ne fanno uniti e gionti al primo
e sommo bene. A quel senso io m'accostai, quando
dissi:
      D'un sì bel fuoco e d'un sì nobil laccio
Beltà m'accende, ed onestà m'annoda,
Ch'in fiamm'e servitú convien ch'io goda.
Fugga la libertade e tema il ghiaccio.
      L'incendio è tal ch'io m'ardo e non mi sfaccio,
E 'l nodo è tal ch'il mondo meco il loda,
Né mi gela timor, né duol mi snoda;
Ma tranquillo è l'ardor, dolce l'impaccio.
      Scorgo tant'alto il lume che m'infiamma,
E 'l laccio ordito di sí ricco stame,
Che nascendo il pensier, more il desio.
      Poiché mi splend'al cor sí bella fiamma,
E mi stringe il voler sí bel legame,
Sia serva l'ombra, ed arda il cener mio.

Bruno Furori 988-989-990-991