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      Io, misero peccatore, dico la mia colpa, dico la mia
gravissima colpa, in conspetto de l'intemerata absoluta
giustizia, e vostro, che sin al presente ho molto gravemente
peccato, e per il mal essempio ho porgiuta ancor a
voi permissione e facultà di far il simile; e con questo confesso
che degnamente io insieme con voi siamo incorsi il
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sdegno del fato, che non ne fa piú essere riconosciuti per
dei, e mentre abbiamo a le sporcarie de la terra conceduto
il cielo, ha dispensato ch'a noi fussero cassi gli tempii,
imagini e statue, ch'avevamo in terra; a fine che degnamente
da alto vegnano depressi quelli, quali indegnamente
han messe in alto le cose vili e basse.
      Oimè, dei, che facciamo? che pensiamo? che induggiamo?
Abbiamo prevaricato, siamo stati perseveranti ne
gli errori, e veggiamo la pena gionta e continuata con
l'errore. Provedemo, dunque, provedemo a' casi nostri;
perché, come il fato ne ha negato il non posser cadere,
cossí ne ha conceduto il possere risorgere; però come siamo
stati pronti al cascare, cossí anco siamo apparecchiati a
rimetterci su gli piedi. Da quella pena nella quale mediante
l'errore siamo incorsi, e peggior della quale ne potrebe
sopravenire, mediante la riparazione, che sta nelle nostre
mani, potremo senza difficultade uscire. Per la catena de
gli errori siamo avinti; per la mano della giustizia ne disciogliamo.
Dove la nostra levità ne ha deprimuti, indi
bisogna che la gravità ne inalze. Convertiamoci alla giustizia,
dalla quale essendo noi allontanati, siamo allontanati
da noi stessi; di sorte che non siamo piú dei, non siamo
piú noi. Ritorniamo dunque a quella, se vogliamo ritornare
a noi.
Bruno Best 609-610