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      Teofilo. Cossí; ma non vorei che v'imaginaste ch'io
intenda in Dio essere accidenti, o che possa esser conosciuto
come per suoi accidenti.
      Dicsono. Non vi attribuisco sí duro ingegno; e so che
altro è dire essere accidenti, altro essere suoi accidenti,
altro essere come suoi accidenti ogni cosa che è estranea
dalla natura divina. Nell'ultimo modo di dire credo che
intendete essere gli effetti della divina operazione; li quali,
quantunque siano la sustanza de le cose, anzi e l'istesse
sustanze naturali, tuttavolta sono come accidenti remotissimi,
per farne toccare la cognizione appreensiva della divina
soprannaturale essenza.
      Teofilo. Voi dite bene.
      Dicsono. Ecco dunque, che della divina sustanza, sí
per essere infinita sí per essere lontanissima da quelli
effetti che sono l'ultimo termine del corso della nostra discorsiva
facultade, non possiamo conoscer nulla, se non
per modo di vestigio, come dicono i platonici, di remoto
effetto, come dicono i peripatetici, di indumenti, come dicono
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i cabalisti, di spalli o posteriori, come dicono i thalmutisti,
di spechio, ombra ed enigma, come dicono gli apocaliptici.
      Teofilo. Anzi di piú: perché non veggiamo perfettamente
questo universo di cui la sustanza e il principale è tanto difficile
ad essere compreso, avviene che assai con minor
raggione noi conosciamo il primo principio e causa per il
suo effetto, che Apelle per le sue formate statue possa esser
conosciuto; perché queste le possiamo veder tutte ed
essaminar parte per parte, ma non già il grande e infinito
effetto della divina potenza. Però quella similitudine deve
essere intesa senza proporzional comparazione.
      Dicsono. Cossí è, e cossí la intendo.
      Teofilo. Sarà dunque bene d'astenerci da parlar di sí
alta materia.
      Dicsono. Io lo consento, perché basta moralmente e
teologalmente conoscere il primo principio in quanto
che i superni numi hanno revelato e gli uomini divini
dechiarato. Oltre che, non solo qualsivoglia legge e
teologia, ma ancora tutte riformate filosofie conchiudeno
esser cosa da profano e turbulento spirto il voler precipitarsi
a dimandar raggione e voler definire circa quelle
cose che son sopra la sfera della nostra intelligenza.
      Teofilo. Bene. Ma non tanto son degni di riprensione
costoro, quanto son degnissimi di lode quelli che si forzano
alla cognizione di questo principio e causa, per apprendere
la sua grandezza quanto fia possibile discorrendo con gli
occhi di regolati sentimenti circa questi magnifici astri
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e lampeggianti corpi, che son tanti abitati mondi e grandi
animali ed eccellentissimi numi, che sembrano e sono innumerabili
mondi non molto dissimili a questo che ne contiene;
i quali, essendo impossibile ch'abbiano l'essere da
per sé, atteso che sono composti e dissolubili (benché non
per questo siano degni d'esserno disciolti, come è stato
ben detto nel Timeo
, è necessario che conoscano principio
e causa, e consequentemente con la grandezza del suo essere,
vivere ed oprare: monstrano e predicano in uno spacio infinito,
con voci innumerabili, la infinita eccellenza e maestà
del suo primo principio e causa. Lasciando dunque, come
voi dite, quella considerazione per quanto è superiore ad
ogni senso e intelletto, consideriamo del principio e causa
per quanto, in vestigio, o è la natura istessa o pur riluce ne
l'ambito e grembo di quella. Voi dunque dimandatemi per
ordine, se volete ch'io per ordine vi risponda.
Bruno Causa 227-228-229