— 976 —
      Cicada. Volete dunque, che colui che è triste, sia savio,
e quell'altro ch'è piú triste, sia piú savio?
      Tansillo. Non, anzi intendo in questi essere un'altra
specie di pazzia, ed oltre peggiore.
      Cicada. Chi dunque sarà savio, se pazzo è colui ch'è
contento, e pazzo è colui ch'è triste?
      Tansillo. Quel che non è contento, né triste.
      Cicada. Chi? quel che dorme? quel ch'è privo di sentimento?
quel ch'è morto?
      Tansillo. No; ma quel ch'è vivo, vegghia ed intende;
il quale considerando il male ed il bene, stimando l'uno
e l'altro come cosa variabile e consistente in moto, mutazione
e vicissitudine (di sorte ch'il fine d'un contrario è
principio de l'altro, e l'estremo de l'uno è cominciamento
de l'altro), non si dismette, né si gonfia di spirito, vien
continente nell'inclinazioni e temperato nelle voluptadi;
stante ch'a lui il piacere non è piacere, per aver come presente
il suo fine. Parimente la pena non gli è pena, perché
con la forza della considerazione ha presente il termine
di quella. Cossí il sapiente ha tutte le cose mutabili come
cose che non sono, ed afferma quelle non esser altro che
vanità ed un niente; perché il tempo a l'eternità ha proporzione
come il punto a la linea.
      Cicada. Sí che mai possiamo tener proposito d'esser
— 977 —
contenti o mal contenti, senza tener proposito de la nostra
pazzia, la qual espressamente confessiamo; là onde nessun
che ne raggiona, e per consequenza nessun che n'è participe,
sarà savio; ed infine tutti gli omini saran pazzi.
      Tansillo. Non tendo ad inferir questo; perché dirò
massime savio colui che potesse veramente dire talvolta
il contrario di quel che quell'altro: - Giamai fui men
allegro che adesso; - over: - Giamai fui men triste che
ora. -
      Cicada. Come? non fai due contrarie qualitadi dove
son doi affetti contrarii? perché, dico, intendi come due
virtudi, e non come un vizio ed una virtude l'esser minimamente
allegro e l'esser minimamente triste?
      Tansillo. Perché ambi doi li contrarii in eccesso (cioè
per quanto vanno a dar su quel piú) son vizii, perché passano
la linea; e gli medesimi in quanto vanno a dar sul
meno, vegnono ad esser virtude, perché si contegnono e
rinchiudono intra gli termini.
      Cicada. Come l'esser men contento e l'esser men triste
non son una virtú ed un vizio, ma son due virtudi?
      Tansillo. Anzi dico che son una e medesima virtude;
perché il vizio è là dove è la contrarietade; la contrarietade
è massime là dove è l'estremo; la contrarietà maggiore
è la piú vicina all'estremo; la minima o nulla è nel mezzo,
dove gli contrarii convegnono e son uno ed indifferente:
come tra il freddissimo e caldissimo è il piú caldo ed il piú
freddo, e nel mezzo puntuale è quello che puoi dire o caldo
e freddo, o né caldo né freddo, senza contrarietade. In
— 978 —
cotal modo chi è minimamente contento e minimamente
allegro, è nel grado della indifferenza, si trova nella casa
della temperanza, e là dove consiste la virtude e condizion
d'un animo forte, che non vien piegato da l'Austro né
da l'Aquilone.
      Ecco dunque, per venir al proposito, come questo
furor eroico, che si chiarisce nella presente parte, è differente
dagli altri furori piú bassi, non come virtú dal vizio,
ma come un vizio ch'è in un suggetto piú divino o divinamente,
da un vizio ch'è in un suggetto piú ferino o
ferinamente: di maniera che la differenza è secondo gli suggetti
e modi differenti, e non secondo la forma de l'esser vizio.
Bruno Furori 976-977-978