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      Mostra dunque il paradiso amore, per far
intendere, capire ed effettuar cose altissime; o perché fa
grandi, almeno in apparenza le cose amate. Il toglie
via
, dice de la sorte; perché questa sovente, a mal grado
de l'amante, non concede quel tanto che l'amor dimostra,
e quel che vede e brama, gli è lontano ed adversario. Ogni
ben mi presenta
, dice de l'oggetto; perché questo
che vien dimostrato da l'indice de l'amore, gli par la cosa
unica, principale ed il tutto. Me l'invola, dice della
Gelosia, non già per non farlo presente, togliendolo d'avanti
gli occhi; ma in far ch'il bene non sia bene, ma un angoscioso
male; il dolce non sia dolce, ma un angoscioso languire.
Tanto ch'il cor, cioè la volontà, ha gioia
nel suo volere per forza d'amore, qualunque sia il successo.
La mente, cioè la parte intellettuale, ha noia, per
l'apprension de la sorte, qual non aggradisce l'amante.
Il spirito, cioè l'affetto naturale, ha refrigerio,
per esser rapito da quell'oggetto che dà gioia al core, e
potrebbe aggradir la mente. L'alma, cioè la sustanza
passibile e sensitiva, ha salma, cioè si trova oppressa
dal grave peso de la gelosia, che la tormenta.
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      Appresso la considerazion del stato suo, soggionge il
lacrimoso lamento, e dice: Chi mi torrà di guerra,
e metterammi in pace; o chi disunirà quel che m'annoia
e danna da quel che sí mi piace ed apremi le porte del cielo,
perché gradite sieno le fervide fiamme del mio core, e fortunati
i fonti de gli occhi miei? Appresso, continuando il
suo proposito, soggionge:
      Premi, oimé, gli altri, o mia nemica sorte;
Vatten via, Gelosia, dal mondo fore:
Potran ben soli con sua diva corte
Far tutto nobil faccia e vago amore.
      Lui mi tolga de vita, lei de morte,
Lei me l'impenne, lui brugge il mio core,
Lui me l'ancide, lei ravvive l'alma,
Lei mio sustegno, lui mia grieve salma.
      Ma che dich'io d'amore?
Se lui e lei son un suggetto o forma,
Se con medesmo imperio ed una norma
      Fanno un vestigio al centro del mio core?
Non son doi dunque; è una
Che fa gioconda e triste mia fortuna.

      Quattro principii ed estremi de due contrarietadi vuol
ridurre a doi principii ed una contrarietade. Dice dunque:
Premi, oimè, gli altri; cioè basti a te, o mia
sorte, d'avermi sin a tanto oppresso, e (perché non puoi
essere senza il tuo essercizio) volta altrove il tuo sdegno.
E vatten via fuori del mondo, tu, Gelosia;
perché uno di que' doi altri che rimagnono, potrà supplire
alle vostre vicende ed offici: se pur tu, mia sorte,
non sei altro ch'il mio Amore, e tu, Gelosia, non sei estranea
dalla sustanza del medesimo. Reste dunque lui per
privarmi de vita, per bruggiarmi, per donarmi la morte,
e per salma de le mie ossa: con questo che lei mi tolga di
morte, mi impenne, mi avvive e mi sustente. Appresso,
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doi principii ed una contrarietade riduce ad un principio
ed una efficacia, dicendo: ma che dich'io d'Amore?
Se questa faccia, questo oggetto è l'imperio suo,
e non par altro che l'imperio de l'amore; la norma de
l'amore è la sua medesima norma; l'impression d'amore
ch'appare nella sustanza del cor mio, non è certo altra
impression che la sua: perché dunque dopo aver detto
nobil faccia, replico dicendo vago amore?
Fine del primo dialogo.

Bruno Furori 970-971-972