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      Fracastorio. Vero. Non si è trovato giamai filosofo, dotto
ed uomo da bene che, sotto specie o pretesto alcuno, da tal
proposizione avesse voluto tirar la necessità delli effetti
umani e destruggere l'elezione. Come, tra gli altri, Platone
ed Aristotele, con ponere la necessità ed immutabilità in
Dio, non poneno meno la libertà morale e facultà della
nostra elezione; perché sanno bene e possono capire, come
siano compossibili questa necessità e questa libertà. Però
alcuni di veri padri e pastori di popoli toglieno forse questo
dire ed altro simile per non donare comodità, a scelerati e
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seduttori nemici della civiltà e profitto generale, di tirar
le noiose conclusioni abusando della semplicità ed ignoranza
di quei che difficilmente possono capire il vero e prontissimamente
sono inclinati al male. E facilmente condonaranno
a noi di usar le vere proposizioni, dalle quali non
vogliamo inferir altro che la verità della natura e dell'eccellenza
de l'autor di quella; e le quali non son proposte
da noi al volgo, ma a sapienti soli che possono aver accesso
all'intelligenza di nostri discorsi. Da questo principio depende
che gli non men dotti che religiosi teologi giamai
han pregiudicato alla libertà de filosofi; e gli veri, civili e
bene accostumati filosofi sempre hanno faurito le religioni;
perché gli uni e gli altri sanno che la fede si richiede per
l'instituzione di rozzi popoli che denno esser governati, e
la demostrazione per gli contemplativi che sanno governar
sé ed altri.
      Elpino. Quanto a questa protestazione è detto assai.
Ritornate ora al proposito.
      Filoteo. Per venir, dunque, ad inferir quel che vogliamo,
dico che, se nel primo efficiente è potenza infinita, è ancora
operazion da la quale depende l'universo di grandezza
infinita e mondi di numero infinito.
      Elpino. Quel che dite, contiene in sé gran persuasione,
se non contiene la verità. Ma questo che mi par molto
verisimile, io lo affermarò per vero, se mi potrete risolvere
di uno importantissimo argomento per il quale è stato
ridutto Aristotele a negar la divina potenza infinita intensivamente,
benché la concedesse estensivamente. Dove la
raggione della negazione sua era che, essendo in Dio cosa
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medesima potenza e atto, possendo cossí movere infinitamente,
moverebbe infinitamente con vigore infinito; il che
se fusse vero, verrebe il cielo mosso in istante; perché, se
il motor piú forte muove piú velocemente, il fortissimo
muove velocissimamente, l'infinitamente forte muove
istantaneamente. La raggione della affirmazione era, che
lui eternamente e regolatamente muove il primo mobile,
secondo quella raggione e misura con la quale il muove.
Vedi dunque per che raggione li attribuisce infinità estensiva
- ma non infinità absoluta - ed intensivamente
ancora. Per il che voglio conchiudere che, sicome la sua
potenza motiva infinita è contratta all'atto di moto secondo
velocità finita, cossí la medesima potenza di far l'inmenso
ed innumerabili è limitata dalla sua voluntà al finito e
numerabili. Quasi il medesimo vogliono alcuni teologi, i
quali, oltre che concedeno la infinità estensiva con la quale
successivamente perpetua il moto dell'universo, richiedeno
ancora la infinità intensiva con la quale può far mondi
innumerabili, muovere mondi innumerabili, e ciascuno di
quelli e tutti quelli insieme muovere in uno istante: tutta
volta, cossí ha temprato con la sua voluntà la quantità
della moltitudine di mondi innumerabili, come la qualità
del moto intensissimo. Dove, come questo moto, che procede
pure da potenza infinita, nulla obstante, è conosciuto
finito, cossí facilmente il numero di corpi mondani potrà
esser creduto determinato.
Bruno Inf 386-387-388