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      Smitho. Mi occorre un scrupolo circa quel ch' avete detto:
che, essendo una innumerabil moltitudine di quei che presumeno
di sapere e se stimano degni d'essere costantemente,
uditi, come vedete che per tutto le università e academie
so' piene di questi Aristarchi, che non cederebbono uno zero
a l'altitonante Giove; sotto i quali quei che studiano, non
aranno al fine guadagnato altro, che esser promossi da non
sapere, che è una privazione de la verità, a pensarsi e credersi
di sapere, che è una pazzia ed abito di falsità; vedi
dunque, che cosa han guadagnato questi uditori: tolti da
la ignoranza di semplice negazione son messi in quella di
mala disposizione, come la dicono. Ora, chi me farà sicuro,
che, facendo io tanto dispendio di tempo e di fatica, e
d'occasione di meglior studi ed occupazioni, non mi avvenga
quel ch' a la massima parte suole accadere, che, in luogo
d'aver comprata la dottrina, non m'abbi infettata la mente
di perniziose pazzie? Come io, che non so nulla, potrò
conoscere la differenza de dignità ed indignità, de la povertà
e ricchezza di que' che si stimano e son stimati savi? Vedo
bene, che tutti nascemo ignoranti, credemo facilmente d'essere
ignoranti; crescemo, e siamo allevati co' la disciplina
e consuetudine di nostra casa, e non meno noi udiamo biasimare
le leggi, gli riti, le fede e gli costumi de' nostri adversari
ed alieni da noi, che quelli de noi e di cose nostre.
Non meno in noi si piantano per forza di certa naturale
nutritura le radici del zelo di cose nostre, che in quelli altri
molti e diversi de le sue. [>]
Bruno Cena 46