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Del tuo Vulcano (lasciando gli altri dei da canto) voglio
che consideri tu medesima. Quello che con tanto vigore
solea percuotere la salda incudine, che a gli fragrosi
schiassi, quali dall'ignivomo Etna uscivano a l'orizonte.
Eco dalle concavitadi del campano Vesuvio e del sassoso
Taburno, rispondeva, - adesso dove è la forza del mio
fabro e tuo consorte? Non è ella spinta? non è ella spinta?
Forse che ha piú nerbo da gonfiar i folli per accendere il
foco? forse ch' ha piú lena d'alzar il gravoso martello per
battere l'infocato metallo? Tu ancora, mia sorella, se
non credi ad altri, dimandane al tuo specchio; e vedi come
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per le rughe che ti sono aggionte, e per gli solchi che l'aratro
del tempo t'imprime ne la faccia, porgi giorno per giorno
maggior difficultade al pittore, s'egli non vuol mentire,
dovendoti ritrare per il naturale. Ne le guancie, ove ridendo
formavi quelle due fossette tanto gentili, doi centri, doi
punti in mezzo de le tanto vaghe pozzette, facendoti il
riso, che imblandiva il mondo tutto, giongere sette volte
maggior grazia al volto, onde (come da gli occhi ancora)
scherzando scoccava gli tanto acuti ed infocati strali Amore:
adesso, cominciando da gli angoli de la bocca, sino a la
già commemorata parte, da l'uno e l'altro canto comincia
a scuoprirsi forma di quattro parentesi, che ingeminate
par che ti vogliano, strengendo la bocca, proibir il riso
con quelli archi circonferenziali, ch'appaiono tra gli denti
ed orecchi, per farti sembrar un crocodillo. Lascio che,
o ridi o non ridi, ne la fronte il geometra interno, che ti
dissecca l'umido vitale, e con far piú e piú sempre accostar
la pelle a l'osso, assottigliando la cute, ti fa profondar la
descrizione de le parallele a quattro a quattro, mostrandoti
per quelle il diritto camino, il qual ti mena come verso
il defuntoro. [>]

Bruno Best 590-591