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Al
nostro naso non ariva piú fumo di rosto, fatto in nostro
servizio da gli altari; ma se pur tal volta ne viene appetito,
ne fia mestiero d'andar a sbramarci per le cocine, come dei
patellari. E benché alcuni altari fumano d'incenso (quod
dat avara manus
), a poco a poco quel fumo dubito che non
se ne vada in fumo, a fine che nulla rimagna di vestigio
ancora delle nostre sante instituzioni. Ben conoscemo per
prattica, che il mondo è a punto come un gagliardo cavallo,
il quale molto ben conosce quando è montato da uno che
non lo può strenuamente maneggiare, lo spreggia, e tenta
di toglierselo da la schena; e gittato che l' ha in terra,
lo viene a pagar di calci. Ecco, a me si dissecca il corpo
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e mi s'umetta il cervello; mi nascono i tofi e mi cascano
gli denti; mi s'inora la carne e mi s'inargenta il crine;
mi si distendeno le palpebre e mi si contrae la vista; mi
s'indebolisce il fiato e mi si rinforza la tosse; mi si fa fermo
il sedere e trepido il caminare; mi trema il polso e mi si
saldano le coste; mi s'assottigliano gli articoli e mi s'ingrossano
le gionture: ed in conclusione (quel che piú mi
tormenta), perché mi s'indurano gli talloni e mi s'ammolla
il contrapeso, l'otricello de la cornamusa mi s'allunga ed
il bordon s'accorta:
      La mia Giunon di me non è gelosa,
      La mia Giunon di me non ha piú cura.

Bruno Best 589-590