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      Fracastorio. Certo, non è soggetto di possibilità o di
potenza quello che giamai fu, non è e giamai sarà; e veramente,
se il primo efficiente non può voler altro che quel
che vuole, non può far altro che quel che fa. E non veggo
come alcuni intendano quel che dicono della potenza attiva
infinita, a cui non corrisponda potenza passiva infinita, e
che quello faccia uno e finito che può far innumerabili ne
l'infinito ed inmenso, essendo l'azion sua necessaria, perché
procede da tal volontà quale, per essere inmutabilissima,
anzi la immutabilità istessa, è ancora la istessa necessità;
onde sono a fatto medesima cosa libertà, volontà, necessità,
ed oltre il fare col volere, possere ed essere.
      Filoteo. Voi consentite, e dite molto bene. Adunque,
bisogna dir una de due: o che l'efficiente, possendo dependere
da lui l'effetto infinito, sia riconosciuto come causa e
principio d'uno inmenso universo che contiene mondi
innumerabili; e da questo non siegue inconveniente alcuno,
anzi tutti convenienti, e secondo la scienza e secondo le
leggi e fede; o che, dependendo da lui un finito universo,
con questi mondi (che son gli astri) di numero determinato,
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sia conosciuto di potenza attiva finita e determinata, come
l'atto è finito e determinato; perché quale è l'atto, tale è
la volontà, tale è la potenza.
      Fracastorio. Io completto ed ordino un paio di sillogismi
in questa maniera. Il primo efficiente, se volesse far altro
che quel che vuol fare, potrebe far altro che quel che fa;
ma non può voler far altro che quel che vuol fare; dunque
non può far altro che quel che fa. Dunque, chi dice l'effetto
finito, pone l'operazione e la potenza finita. Oltre (che
viene al medesimo): il primo efficiente non può far se non
quel che vuol fare; non vuol fare se non quel che fa; dunque,
non può fare se non quel che fa. Dunque, chi nega l'effetto
infinito, nega la potenza infinita.
      Filoteo. Questi, se non son semplici, sono demostrativi
sillogismi. Tutta volta lodo che alcuni degni teologi non le
admettano; perché, providamente considerando, sanno che
gli rozzi popoli ed ignoranti con questa necessità vegnono
a non posser concipere come possa star la elezione e dignità
e meriti di giusticia; onde, confidati o desperati sotto certo
fato, sono necessariamente sceleratissimi. Come talvolta
certi corrottori di leggi, fede e religione, volendo parer savii,
hanno infettato tanti popoli, facendoli dovenir piú barbari
e scelerati che non eran prima, dispreggiatori del ben fare
ed assicuratissimi ad ogni vizio e ribaldaria, per le conclusioni
che tirano da simili premisse. Però non tanto il
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contrario dire appresso gli sapienti è scandaloso e detrae
alla grandezza ed eccellenza divina, quanto quel che è
vero, è pernicioso alla civile conversazione e contrario al
fine delle leggi, non per esser vero, ma per esser male inteso,
tanto per quei che malignamente il trattano, quanto per
quei che non son capaci de intenderlo senza iattura di
costumi.
Bruno Inf 384-385-386