— 382 —
      Elpino. Io vorrei meglio intender questo. Però mi
farete piacere di esplicarvi alquanto per quel che dite essere
tutto in tutto totalmente, e tutto in tutto l'infinito e totalmente
infinito.
      Filoteo. Io dico l'universo tutto infinito, perché
non ha margine, termino, né superficie; dico l'universo
non essere totalmente infinito, perché ciascuna
parte che di quello possiamo prendere, è finita, e de mondi
innumerabili che contiene, ciascuno è finito. Io dico Dio
tutto infinito, perché da sé esclude ogni termine
ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio totalmente
infinito
, perché tutto lui è in tutto il
mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente:
al contrario dell'infinità de l'universo, la quale è totalmente
in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito,
possono esser chiamate parti) che noi possiamo
comprendere in quello.
— 383 —
      Elpino. Io intendo. Or seguite il vostro proposito.
      Filoteo. Per tutte le raggioni, dunque, per le quali se
dice esser conveniente, buono, necessario questo mondo
compreso come finito, deve dirse esserno convenienti e
buoni tutti gli altri innumerabili; a li quali, per medesima
raggione, l'omnipotenza non invidia l'essere; e senza li
quali quella, o per non volere o per non possere, verrebe ad
esser biasimata per lasciar un vacuo o, se non vuoi dir
vacuo, un spacio infinito; per cui non solamente verrebe
suttratta infinita perfezione dello ente, ma anco infinita
maestà attuale allo efficiente nelle cose fatte se son fatte,
o dependenti se sono eterne. Qual raggione vuole che vogliamo
credere, che l'agente che può fare un buono infinito,
lo fa finito? E se lo fa finito, perché doviamo noi credere
che possa farlo infinito, essendo in lui il possere ed il fare
tutto uno? Perché è inmutabile, non ha contingenzia nella
— 384 —
operazione, né nella efficacia, ma da determinata e certa
efficacia depende determinato e certo effetto inmutabilmente;
onde non può essere altro che quello che è; non
può esser tale quale non è; non può posser altro che quel
che può; non può voler altro che quel che vuole; e necessariamente
non può far altro che quel che fa; atteso che
l'aver potenza distinta da l'atto conviene solamente a cose
mutabili.
Bruno Inf 382-383-384