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argomento del nolano
sopra
gli eroici furori:
scritto al molto illustre
signor filippo sidneo.

      È cosa veramente, o generosissimo Cavalliero, da basso,
bruto e sporco ingegno d'essersi fatto constantemente studioso,
ed aver affisso un curioso pensiero circa o sopra la bellezza
d'un corpo femenile. Che spettacolo, o Dio buono!, piú
vile ed ignobile può presentarsi ad un occhio di terso sentimento,
che un uomo cogitabundo, afflitto, tormentato, triste,
maninconioso, per dovenir or freddo, or caldo, or fervente,
or tremante, or pallido, or rosso, or in mina di perplesso, or
in atto di risoluto; un che spende il meglior intervallo di tempo
e gli piú scelti frutti di sua vita corrente, destillando l'elixir
del cervello con mettere in concetto, scritto e sigillar in publichi
monumenti quelle continue torture, que' gravi tormenti,
que' razionali discorsi, que' faticosi pensieri e quelli amarissimi
studi destinati sotto la tirannide d'una indegna, imbecille,
stolta e sozza sporcaria?
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      Che tragicomedia? che atto, dico, degno piú di compassione
e riso può esserne ripresentato in questo teatro del
mondo, in questa scena delle nostre conscienze, che di tali e
tanto numerosi suppositi fatti penserosi, contemplativi, constanti,
fermi, fideli, amanti, coltori, adoratori e servi di cosa
senza fede, priva d'ogni costanza, destituta d'ogni ingegno,
vacua d'ogni merito, senza riconoscenza e gratitudine alcuna,
dove non può capir piú senso, intelletto e bontade, che trovarsi
possa in una statua o imagine depinta al muro? e dove
è piú superbia, arroganza, protervia, orgoglio, ira, sdegno,
falsitade, libidine, avarizia, ingratitudine ed altri crimi exiziali,
che avessero possuto uscir veneni ed instrumenti di
morte dal vascello di Pandora, per aver pur troppo largo
ricetto dentro il cervello di mostro tale? Ecco vergato in
carte, rinchiuso in libri, messo avanti gli occhi ed intonato
a gli orecchi un rumore, un strepito, un fracasso d'insegne,
d'imprese, de motti, d'epistole, de sonetti, d'epigrammi, de
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libri, de prolissi scartafazzi, de sudori estremi, de vite consumate,
con strida ch'assordiscon gli astri, lamenti che fanno
ribombar gli antri infernali, doglie che fanno stupefar l'anime
viventi, suspiri da far exinanire e compatir gli dei, per quegli
occhi, per quelle guance, per quel busto, per quel bianco,
per quel vermiglio, per quella lingua, per quel dente, per
quel labro, quel crine, quella veste, quel manto, quel guanto,
quella scarpetta, quella pianella, quella parsimonia, quel risetto,
quel sdegnosetto, quella vedova fenestra, quell'eclissato
sole, quel martello, quel schifo, quel puzzo, quel sepolcro,
quel cesso, quel mestruo, quella carogna, quella febre quartana,
quella estrema ingiuria e torto di natura, che con una
superficie, un'ombra, un fantasma, un sogno, un Circeo incantesimo
ordinato al serviggio della generazione, ne inganna
in specie di bellezza. La quale insieme insieme viene e passa,
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nasce e muore, fiorisce e marcisce; ed è bella cossí un pochettino
a l'esterno, che nel suo intrinseco vera- e stabilmente è
contenuto un navilio, una bottega, una dogana, un mercato
de quante sporcarie, tossichi e veneni abbia possuti produrre
la nostra madrigna natura: la quale dopo aver riscosso quel
seme di cui la si serva, ne viene sovente a pagar d'un lezzo,
d'un pentimento, d'una tristizia, d'una fiacchezza, d'un dolor
di capo, d'una lassitudine, d'altri ed altri malanni che son
manifesti a tutto il mondo, a fin che amaramente dolga, dove
suavemente proriva.
Bruno Furori 927-928-929-930