— 345 —
proemiale epistola,
scritta all'illustrissimo
signor michel di castelnovo

Signor di Mauvissiero, Concressalto e di Ionvilla, Cavallier
de l'ordine del Re Cristianissimo, Conseglier del suo privato
Conseglio, Capitano di 50 uomini d'arme ed Ambasciator
alla Serenissima Regina d'Inghilterra.

      Se io, illustrissimo Cavalliero, contrattasse l'aratro, pascesse
un gregge, coltivasse un orto, rassettasse un vestimento,
nessuno mi guardarebbe, pochi m'osservarebono, da rari sarei
— 346 —
ripreso e facilmente potrei piacere a tutti. Ma per essere delineatore
del campo de la natura, sollecito circa la pastura
de l'alma, vago de la coltura de l'ingegno e dedalo circa
gli abiti de l'intelletto, ecco che chi adocchiato me minaccia,
chi osservato m'assale, chi giunto mi morde, chi compreso
mi vora; non è uno, non son pochi, son molti, son quasi tutti.
Se volete intendere onde sia questo, vi dico che la caggione è
l'universitade che mi dispiace, il volgo ch'odio, la moltitudine
che non mi contenta, una che m'innamora: quella per cui
son libero in suggezione, contento in pena, ricco ne la necessitade
e vivo ne la morte; quella per cui non invidio a quei
che son servi nella libertà, han pena nei piaceri, son poveri
ne le ricchezze e morti ne la vita, perché nel corpo han la
catena che le stringe, nel spirto l'inferno che le deprime, ne
l'alma l'errore che le ammala, ne la mente il letargo che le
uccide; non essendo magnanimità che le delibere, non longanimità
che le inalze, non splendor che le illustre, non scienza
che le avvive. Indi accade che non ritrao, come lasso, il piede
da l'arduo camino; né, come desidioso, dismetto le braccia
da l'opra che si presenta; né, qual disperato, volgo le spalli
al nemico che mi contrasta; né, come abbagliato, diverto gli
occhi dal divino oggetto; mentre, per il piú, mi sento riputato
sofista, piú studioso d'apparir sottile che di esser verace;
ambizioso, che piú studia di suscitar nova e falsa setta che di
confirmar l'antica e vera; ucellatore, che va procacciando
— 347 —
splendor di gloria con porre avanti le tenebre d'errori; spirto
inquieto, che subverte gli edificii de buone discipline e si fa
fondator di machine di perversitade. Cossí, Signor, gli santi
numi disperdano da me que' tutti che ingiustamente m'odiano,
cossí mi sia propicio sempre il mio Dio, cossí favorevoli mi
sieno tutti governatori del nostro mondo, cossí gli astri mi
faccian tale il seme al campo ed il campo al seme ch'appaia
al mondo utile e glorioso frutto del mio lavoro con risvegliar
il spirto ed aprir il sentimento a quei che son privi di lume:
come io certissimamente non fingo e, se erro, non credo veramente
errare e, parlando e scrivendo, non disputo per amor
de la vittoria per se stessa (perché ogni riputazione e vittoria
stimo nemica a Dio, vilissima e senza punto di onore, dove
non è la verità), ma per amor della vera sapienza e studio
della vera contemplazione m'affatico, mi crucio, mi tormento.
Questo manifestaranno gli argumenti demostrativi, che pendeno
da vivaci raggioni, che derivano da regolato senso, che
viene informato da non false specie che, come veraci ambasciatrici,
si spiccano da gli suggetti de la natura, facendosi
presenti a quei che le cercano, aperte a quei che le rimirano,
chiare a chi le apprende, certe a chi le comprende. Or ecco,
vi porgo la mia contemplazione circa l'infinito, universo e
mondi innumerabili.
Bruno Inf 345-346-347