— 378 —
      Elpino. Diremo che questo mondo finito, con questi
finiti astri, comprende la perfezione de tutte cose.
      Filoteo. Possete dirlo, ma non già provarlo; perché il
mondo che è in questo spacio finito, comprende la perfezione
di tutte quelle cose finite che son in questo spacio; ma non
già dell'infinite che possono essere in altri spacii innumerabili.
      Fracastorio. Di grazia, fermiamoci, e non facciamo come
i sofisti li quali disputano per vencere, e mentre rimirano
alla lor palma, impediscono che essi ed altri non comprendano
il vero. Or io credo che non sia perfidioso tanto pertinace,
che voglia oltre calunniare, che per la raggion del
spacio che può infinitamente comprendere, e per la raggione
della bontà individuale e numerale de infiniti mondi che
possono essere compresi niente meno che questo uno che
noi conosciamo, hanno ciascuno di essi raggione di convenientemente
essere. Perché infinito spacio ha infinita attitudine,
ed in quella infinita attitudine si loda infinito atto
di existenza; per cui l'efficiente infinito non è stimato deficiente,
e per cui l'attitudine non è vana. Contentati dunque,
Elpino, di ascoltar altre raggioni, se altre occorreno al
Filoteo.
      Elpino. Io veggio bene, a dire il vero, che dire il mondo,
come dite voi l'universo, interminato non porta seco inconveniente
alcuno, e ne viene a liberar da innumerabili
angustie nelle quali siamo avilupati dal contrario dire.
Conosco particolarmente che ne bisogna con i peripatetici
tal volta dir cosa che nella nostra intenzione non tiene
fondamento alcuno: come, dopo aver negato il vacuo,
tanto fuori quanto dentro l'universo, vogliamo pur rispondere
alla questione che cerca dove sia l'universo; e dire
— 379 —
quello essere ne le sue parti, per tema di dire che lo non
sia in loco alcuno; come è dire nullibi, nusquam. Ma non si
può togliere che in quel modo è bisogno di dire le parti
ritrovarsi in qualche loco, e l'universo non essere in loco
alcuno né in spacio; il qual dire, come ognun vede, non può
essere fondato sopra intenzione alcuna, ma significa espressamente
una pertinace fuga, per non confessar la verità
con ponere il mondo ed universo infinito, o con ponere il
spacio infinito; da le quali ambe posizioni séguita gemina
confusione a chi le tiene. Affermo dunque che, se il tutto
è un corpo, e corpo sferico, e per consequenza figurato e
terminato, bisogna che sia terminato in spacio infinito;
nel quale, se vogliamo dire che sia nulla, è necessario concedere
che sia il vero vacuo: il quale, se è, non ha minor
raggione in tutto che in questa parte che qua veggiamo
capace di questo mondo; se non è, deve essere il pieno,
e consequentemente l'universo infinito. E non meno insipidamente
siegue il mondo essere alicubi, avendo detto
che estra quello è nulla, e che vi è nelle sue parti, che se
uno dicesse Elpino essere alicubi, perché la sua mano è
nel suo braccio, l'occhio nel suo volto, il piè nella gamba,
il capo nel suo busto. Ma, per venire alla conclusione e per
non portarmi da sofista fissando il piè su l'apparente difficoltadi,
e spendere il tempo in ciancie, affermo quel che
non posso negare: cioè, che nel spacio infinito o potrebono
essere infiniti mondi simili a questo, o che questo universo
stendesse la sua capacità e comprensione di molti corpi,
come son questi, nomati astri; ed ancora che (o simili o
dissimili che sieno questi mondi) non con minor raggione
sarebe bene a l'uno l'essere che a l'altro; perché l'essere de
l'altro non ha minor raggione che l'essere de l'uno, e l'essere
— 380 —
di molti non minor che de l'uno e l'altro, e l'essere de
infiniti che di molti. Là onde, come sarebe male la abolizione
ed il non essere di questo mondo, cossí non sarebe
buono il non essere de innumerabili altri.
Bruno Inf 378-379-380