— 33 —
Or ecco quello, ch' ha varcato l'aria, penetrato il cielo,
discorse le stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte
svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none,
decime ed altre, che vi s'avesser potuto aggiongere, sfere,
per relazione de vani matematici e cieco veder di filosofi
volgari; cossí al cospetto d'ogni senso e raggione, co' la
chiave di solertissima inquisizione aperti que' chiostri de
la verità, che da noi aprir si posseano, nudata la ricoperta
e velata natura, ha donati gli occhi a le talpe, illuminati i
ciechi che non possean fissar gli occhi e mirar l'imagin sua
in tanti specchi che da ogni lato gli s'opponeno, sciolta
la lingua a' muti che non sapeano e non ardivano esplicar
gl' intricati sentimenti, risaldati i zoppi che non valean
far quel progresso col spirto che non può far l'ignobile
e dissolubile composto, le rende non men presenti che si
fussero proprii abitatori del sole, de la luna ed altri nomati
astri, dimostra quanto siino simili o dissimili, maggiori
o peggiori quei corpi che veggiamo lontano a quello che n'è
appresso ed a cui siamo uniti, e n'apre gli occhi a
veder questo nume, questa nostra madre, che nel suo
dorso ne alimenta e ne nutrisce, dopo averne produtti dal
suo grembo, al qual di nuovo sempre ne riaccoglie, e non
pensar oltre lei essere un corpo senza alma e vita, ad anche
feccia tra le sustanze corporali. A questo modo sappiamo
che, si noi fussimo ne la luna o in altre stelle, non sarreimo
in loco molto dissimile a questo, e forse in peggiore;
come possono esser altri corpi cossí buoni, ed anco megliori
— 34 —
per se stessi, e per la maggior felicità de' propri animali.
Bruno Cena 33-34